martedì 1 settembre 2009

Orzo e Plastica

Rieccoci!
Dopo un mese il progetto con la NGO e' finito e sono di nuovo a Leh, la capitale del Ladakh. Sono successe chiaramente molte cose in un mese, cosi' ho deciso di suddividere questo post in tre capitoli: 1, il colore dell'orzo; 2, mondi di plastica;

Il colore dell'orzo



La NGO (Non governative organization) alla quale mi sono appoggiato per questo progetto intende proteggere la cultura e l'economia locale ladakhi dall'assalto della modernita' e dello sviluppo. Almeno questa e' la loro posizione. Uno dei loro progetti si chiama Learning from Ladakh e consiste nel far partecipare il volontario alla vita quotidiana di una famiglia ladakhi, il che prevede lavorare assieme a loro quanto necessario. Questa NGO, l'ISEC si automantiene grazie ai soldi dei volontari, il che gia' mi piace, e decido di partecipare al progetto per approfondire la mia conoscenza sul mondo e sulla cultura ladakhi. Verro' spedito in un villaggio a circa 70 km da Leh, chiamato Likkir (caso vuole che si tratti proprio del villaggio che avevo visitato nella mia passeggiata di fine Luglio) dove l'impatto del turismo e della modernizzazione non e' stato ancora forte. Ormai televisione e radio sono dappertutto, ma raramente funzionano, e molte cose, come il burro, il formaggio, la semina e il raccolto, vengono ancora fatte a mano.
Si prospetta un mese molto duro, e sono un po' preoccupato per le barriere linguistiche e per la differenza di stile di vita che mi separa dalla famiglia con la quale vivro' per i prossimi 31 giorni. E' troppo lungo raccontare tutto quindi mi limitero' ad esporre tratti del diario.
...La mia famiglia e' composta solamente da Abale (il padre), Namgyal, 54 anni e Amale (la madre) Noskit, 46. Hanno 4 figli, 2 maschi e 2 femmine, alcuni dei quali sono a loro volta genitori, ma nessuno di loro vive qui al momento. Namgyal, che somiglia incredibilmente a Charles Bronson, ha passato ben 25 anni nell'esercito, il che da queste parti e' una cosa normalissima. Il denaro e' diventato un bisogno nel Ladakh solo dagli anni settanta, cioe' da quando il paese e' entrato nei programmi di sviluppo indiani, per il semplice fatto che ormai e' diventato praticamente obbligatorio mandare a scuola (spesso scuole private) i figli, non solo quindi e' necessario pagare la retta scolastica che prevede vitto e alloggio dal momento che nei villaggi e' raro che esistano scuole superiori, ma serve anche a pagare i braccianti nepalesi che sostituiscono i figli nel lavoro dei campi, e dal momento che troppi lavori non ci sono, circa un terzo, ma forse piu', dei maschi ladakhi e' costretto a scegliere la carriera militare, professione che in questa terra contesa tra India Cina e Pakistan, non cessa mai di essere ricercata. Cosi' il caro Charles Bronson e' stato costretto a vivere gli anni tra i 18 e i 43 sotto le armi, nel frattempo ha partecipato ad una guerra (nel 1999 contro il Pakistan) ha fatto 4 figli, li ha mandati a scuola, li ha visti un mese all'anno, e ora che finalmente e' in pensione loro vivono tutti a Leh, ed hanno abbandonato la vita del villaggio, perche', un po' come e' avvenuto in Italia negli anni cinquanta, la vita campagnola viene considerata di second'ordine rispetto a quella cittadina ( il trucco della vergogna di vivere vicino alla terra grazie al quale noi toscani ci siamo visti fregare tutte le nostre bellissime case di campagna che adesso costano centinaia di migliaia d'euro ). Il lato positivo di tutto questo e' che Bronson, nonostante sia davvero un duro, e' davvero felice di avermi a casa sua e mi tratta un po' come i figli che non ha potuto crescere insegnandomi tutto quello che c'e' da fare nella vita contadina ladakhi: mungere mucche, portarle al pascolo, cogliere la mostarda, fare il burro a mano, mietere lucerna per le bestie (lavoro faticosissimo) e mietere l'orzo con il falcetto.
Gli economisti hanno classificato il Ladakh come un paese poverissimo in quanto prima della modernizzazione non circolavano troppe rupie, quindi, secondo i moderni canoni economici, un paese privo di denaro dev'essere per forza povero. Ogni famiglia ladakhi ha una casa di tre piani con almeno undici stanze. A causa della speciale architettura e' molto semplice riscaldarle e questi edifici fatti di fango e legno sono resistentissimi all'escursione termica ed ai terremoti e molti di essi sono stati costruiti 500 anni fa e sono ancora in ottimo stato. Oltre alle gigantesche e belle case ogni famiglia possiede almeno tre campi d'orzo, dalle due alle cinque mucche, un campo di mostarda, e qualche campo di lucerna, oltre a diversi alberi di mele o di albicocche. Alla faccia del povero. Semplicemente hanno un'agricoltura di autosussitenza, il che non significa che la loro vita sia una passeggiata ma non muoiono di fame, non pagano bollette e non devono impazzire per cercare lavoro. Chiaramente molti sono stati i progetti di "aiuto e sviluppo" promossi dallo stato (e probabilmente spalleggiati dlla Pepsi, ma di questo parlero' poi) per togliere i poveri contadini dai loro campi e sbatterli in fabbrica, cosi' almeno avranno uno stipendio in rupie e finalmente gli economisti potranno dire: il Ladakh non e' piu' povero, ora e' un paese in via di sviluppo, finalmente sono comparsi i primi disoccupati, sono nate le prime competizioni, utili allo sviluppo capitalistico, tra i lavoratori poveri che hanno visto musulmani e buddhisti, che da anni convivevano in poace, finalmente uccidersi a vicenda nell'89 a Leh; finalmente questi primitivi hanno imboccato la strada dello sviluppo e ora potranno comprasi delle maglie di tessuto sintetico delle automobili e consumare patatine fritte e acqua in bottiglie di plastica entrambe marchio Pepsi e il nuomero dei suicidi e' aumentato del 400 per 100. Finalmente l'economia gira anche qui.
A parte giustificatissime polemiche personali l'esperienza di vivere a Likkir per un mese e' stata stupenda. Sveglia alle sei e a letto alle dieci. Duarante la giornata non ho mai avuto la sensazione di lavorare davvero; voglio dire che non esiste chiaramente niente come timbrare i cartellino o lavorare tot ore al giorno, ci sono piutosto cose da fare, a volte molto faticose (mietere l'orzo occupa tutta l famiglia 10 ore al giorno) ma sono sempre e comunque perfettamente in linea con la vita. Non esiste lavorare, esiste vivere. Non c'e' separazione tra lavoro e vita. Fortunatamente ho fatto l'esperienza di lavorare in fabbrica, a Dublino per circa due mesi, 12 ore al giorno 4 giorni a settimana, a volte 5; l'operaio che entra in fabbrica per 8 o 12 ore si disconnette completamente dalla propria vita, cambia personalita', deve diventare efficiente per creare qualcosa che non lo riguarda direttamente (io impacchettavo cd) deve parlare il meno possibile, deve ripetere lo stesso meccanico gesto tutta la giornata. Poi la giornata finisce ed ecco che si reindossa la nostra personalita' si ridiventa noi stessi per qualche ora, poi di nuovo a lavorare. Lavoro e vita sono due cose separate. Questo diverso ritmo chiaramente cambia tutto, impone un tipo di educazione ai figli che non prevede la presenza dei genitori ( e' da quando esistono le fabbriche che dobbiamo mandare i figli a scuola, per educarli ma anche perche' i genitori non sono presenti). Neele societa' tradizionali e comunitarie invece figli e adulti convivono naturalmente ventiquattrore su ventiquattro e non esistono i problemi derivati dall'alienazione della fabbrica. Un'altro importante fattore di differenza e' l'atteggiamento verso l'anziano: piu' un paese e' fortemente industrializzato, piu' l'anziano viene visto e considerato come un malato. Soprattutto nel nord Europa gli anziani si ritrovano a vivere la loro lunga vecchiaia spesso isolati in case di riposo e la maggior parte dei rapporti umani li hanno con medici, come se fossero malati, ed in effetti per la nostra societa' lo sono, la vecchiaia e' una malattia. In Ladakh non c'e' niente di piu' lontano dal vero. A Likkir la vita media e' piu' corta di quella italiana dal momento che nessun anziano viene torturato con macchine e respiratori e tenuto per forza in vita, in compenso lavora e vive assieme ai giovani senza essere considerato ne un peso ne un malato ma tutt'al piu' un compagno piu' grande a cui mostrare rispetto. L'energia dei vecchi ladakhi e' tranquillamente paragonabile a quella di un ventenne nostrano ed un'altra cosa che ho notato e' la totale lucidita' mentale degli anziani.
Tutto a Likkir viene utilizzato e la produzione di rifiuti e' pari a zero. Non si utilizza plastica e si importano unicamente pomodri da Leh e nemmeno troppi. Tutto viene prodotto localmente, persino il Chang, leggerissima birra locale ricavata dalla fermentazione dell'orzo. L'orzo domina la vita nel ladakh, il suo colore e' dominante, cosi' simile alle montagne circostani, alla pelle abbronzatissima dei suoi abitanti. Dall'orzo si ricava la farina, con la quale si produce pane e pasta, dall'orzo si ricava anche il chang apprezzatissimo dai ladakhi. E' difficile non mitizzare questo stile di vita, che io comunque in quanto occidentale non sarei in grado di sostenere a lungo. Credo che lo stile di vita a Likkir sia importante per noi semplicemente perche' ci mostra quello che abbiamo guadagnato e quello che abbiamo perso con la modernizzazione e con l'industrializzazione. Soprattutto per quanto riguarda la qualita' dei rapporti umani.


Mondi di plastica



Ci sono state delle pause durante il progetto. La prima verso meta' mese; siamo tornati a Leh per un workshop. Alcuni partecipanti hanno voluto cambiare casa, soprattutto per problemi di lingua (pochissimi agricoltori parlano inglese). Io ho deciso di utilizzare questi giorni per andare ad investigare riguardo uno dei problemi ambientali maggiori dell'industria dei turisti: lo smaltimento dei rifiuti.
Esiste u business di riciclaggio per quanto riguarda vetro e metallo nel Ladakh. I materiali vengono portati in India e li' riciclati. Non esiste niente di simile per la plastica; perche'? Perche' la plastica e' riciclabile solo al 5 %, il resto diventa fumo tossico e liquame irrecuperabile, quindi non conviene (e' cosi' anche in Europa). Dove va a finire la plastica? Rompendo parecchio le palle a destra e a manca scopro che esiste una discarica fuori citta' dove la plastica viene bruciata e decido di andare a dare un'occhiata. Prendo un taxi e vado a vedere.
Dopo circa un quarto d'ora arrivo in luogo e davanti ai miei occhi si apre uno scenario post apocalittico alla Mad Max ( che potete vedere nelle foto): montagne di plastica ammucchiata che bruciano a cielo aperto, ed e' un'intera vallata che circonda completamente un montagna. Ora capisco come mai l'acqua e' inquinata: la plastica viene buciata e sotterrata e nel corso degli anni ha raggiunto le falde acquifere sotterranee rendendole cancerogene, per non parlare dell'inquinamento aereo che ritorna nel suolo tramite la pioggia. Ma non e' solo questo. Il 99% dei rifiuti e composto dalle mitiche botiglie d'acqua (made Pepsi cola) consumate quotidianamente dai turisti. Ogni anno 50000 turisti (70000 secondo il ministero del turismo) spendono almeno 15 giorni nel Ladakh e consumano come minimo 2,3 bottiglie al giorno d'acqua o di bibite, il che crea minimo 1500000 bottiglie che devono essere bruciate fuori citta' ogni anno ma e' una stima al ribasso, siamo sicuramente sui 2 milioni. Non e' finita: nella discarica vivono delle persone. Sono i lavoratori provenienti dalle parti davvero povere e industrializzate dell'India, il loro lavoro e' bruciare plastica e lo svolgono 24 ore su 24. Il governo non fornisce loro nemmeno un alloggio e sono costretti a vivere in tende che spuntano dai rifiuti. Il fumo di plastica bruciata e' la costante di quasto inferno sulla terra e lo respirano costantemente, il risultato e' che muoiono dopo 5, 10 anni di lavoro del genere. Ma perche' non usare il vetro che e' riciclabilissimo (basterebbe riportarlo alla fabbrica come avviene in Germania)? Per il semplice fatto che Il Paese e' governato dalle multinazionali (nel caso del Ladakh la Pepsi ma ne parlero' piu' approfonditamente nella mia tesi) e la plastica e' fatta di petrolio e c'e' qualcuno che questo petrolio lo vuole vendere ad ogni costo, anche quando non sarebbe strettamente necessario. Oltretutto non essendo riciclabile c'e' sempre bisogno di nuove bottiglie e l'economia gira. E la gente muore di cancro.
In Ladakh e' praticamente impossibile non consumare plastica. Ogni liquido viene venduto nella plastica tranne i succhi di frutta locali. Per fortuna ci sono iniziative locali contro questo strazio: in alcuni luoghi e' possibile riempire le proprie bottiglie vuote con acqua depurata. Ma il turista va sensibilizzato ed informato altrimenti e' inutile. E non vi credete che queste cose accadano solo nei barbari territori del terzo mondo. Non tutta la plastica viene bruciata, Cina e Stati uniti d'America ad esempio la gettano in mare. Le correnti concentriche del Pacifico hanno trasportato nel corso degli anni un'incredibile quantita' di plastica al centro del piu' grande oceano del mondo, il risultato e' stata la creazione della piu' crandiosa isola artificiale del mondo composta interamente di rifiuti. Lo schifo prodotto da tale abominio e' arrivato ad inquinare il pesce mangiato dagli eschimesi.
Se ne volete un esempio cercate su google, e' pieno di foto. E nel frattempo ai cari produttori di tutta questa schifezza non posso che augurare dei cordiali vaffanculo.

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