martedì 25 febbraio 2014

Con la festa nel cuore: Intervista a Luigi Ricci




Fammeparlare:  Ciao Luigi, benvenuto. In questo momento tu sei a Londra. Puoi raccontarci come e perché hai deciso di andare a vivere nella capitale britannica?

Luigi Ricci:  la prima volta che ho deciso di trasferirmi qua era nel giugno 2010. L’intento era imparare l’inglese e farmi un’ esperienza lavorativa. dopo 6 mesi sono tornato in Italia ma Londra mi è rimasta nel cuore. era sempre l’ ultimo pensiero prima di andare a dormire.

FP: Quanti anni avevi?

LR: 21 anni compiuti da poco, e devo ammettere che non fu cosi semplice partire, sopratutto sapere di lasciare tanti amici. ma la voglia di mondo mi ha dato il giusto stimolo per prendere e avventurarmi in questa incredibile città. appena arrivato mi sentii spaesato, come in mezzo a una giungla!



FP: cosa stavi facendo in Italia quando hai deciso di trasferirti?

LR: lavoravo nel bar di mio padre, il k cafè!

FP: Quindi non sei partito solo per cercare un lavoro. Qual'è stato il motivo principale della tua decisione? E perché Londra?

LR: il motivo é stato principalmente andare all’ avventura e provare a vivere un una grande città e imparare l' inglese, ovviamente a 21 anni Londra credo sia la città perfetta, per stimoli e cose da fare!

FP: So che un tuo grande interesse è la musica. Che rapporto avevi con la musica prima di partire?

LR: Ho suonato la batteria per 10 anni e poi mi sono avventurato nella musica elettronica e li mi si è aperto un mondo. ho iniziato a fare il dj e produrre musica, e qua ho trovato la mia dimensione ideale, sopratutto quando sono tornato su in novembre 2011. La cultura qua è completamente diversa riguardo a "clubbing" e tutto il mondo che gira intorno al rave e party.



FP: Quali sono le differenze tra la cultura "clubbing" italiana e quella londinese?

LR: L’ esempio perfetto credo sia raccontare la mia prima volta nel club più famoso di Londra, il Fabric. Era una serata molto busy. Villalobos era l’ ospite della serata e non mi scorderò mai la fila che sembrava non avere una fine. Appena arrivato sono andato in fondo e subito ho notato la differenza tra le cose italiane e lodinesi: nessuna spinta, nessuno che cerca di saltare la fila, e questo succede ovunque dal supermercato, al ticket office, all’ ufficio postale. Dopo quasi un ora finalmente tocca a me e subito il buttafuori mi chiede la carta d’ identità, perché qua sotto i 18 anni nessuno entra in nessun club.
Dopo averla mostrata un altro buttafuori mi dice di aprire il giacchetto e inizia a perquisirmi. Anche questa è una grande differenza, qua ovunque c è una perquisizione all’ ingresso. Una volta entrato ho notato subito la grande quantità di ragazze dentro il club, nulla a che vedere con lo stesso tipo di serata in Italia, dove la maggior parte sono ragazzi e dentro la situazione fu qualcosa di completamente nuovo per me: impianto come mai avevo sentito prima, musica come vai avevo sentito prima, un senso di libertà di essere me stesso e apprezzare la musica al livello massimo.



FP: E scommetto che non era mainstream.

LR: Naturalmente l’ opposto. Capii subito che quell’ esperienza mi avrebbe cambiato la vita. la musica era qualcosa di diverso dai solito "tonfi" che avevo sentito in Italia in posti come il Cocoricò, e la gente era li per la musica, per farsi trasportare dai mix che ogni dj a modo suo cercava di far entrare nella mente di tutti i ravers di quella notte, dal primo all’ ultimo senza distinzione di età, nazionalità o stilenessuno cercava di mostrare se stesso agli altri, qua andare a ballare non è moda, è quasi una religione.

FP: L'elettronica più che un mondo è una giungla. Cosa hai sentito quella sera?

LR: A me piace l’ house principalmente, ma adesso è molto difficile classificare la musica elettronica perché ogni dj ha influenze da diversi stili o generi del passato. Quella sera era un mix di house, techno, electro, minimal, tutto nello stesso dj set e questo credo che in Italia non succeda mai o molto sporadicamente. La musica elettronica e sopratutto la cultura del rave e del club parte da qua per quanto riguarda l’Europa, sopratutto il lato house e groovy.

FP: Conosco un po' la scena berlinese: è un bel fermento, ma in effetti si tratta spesso di una rielaborazione della sperimentazione londinese. Londra è un po' la fabbrica della musica contemporanea, almeno in Europa. Un posto dove la cultura la si produce, non ci si limata a ricordarla.

LR: E si evolve aggiungerei.

FP: Per un dj dev'essere la Mecca. Hai continuato ad occuparti di musica o al momento ti concentri sulla vita che le ruota attorno?

LR: Continuo ad occuparmi di musica quasi a tempo pieno, e ho incontrato un sacco di gente con cui condividere la mia stessa passione con la stessa intensità e modo di vedere essa. Ancora non sono riuscito a esprimermi ma sono sicuro che con la giusta dedizione e umiltà arriverà presto il mio momento. sto anche producendo musica al momento e c è già il progetto di aprire una label prossimamente. Tornando a Berlino, sono stato la in vacanza a novembre e sono stato folgorato anche da quel tipo di club culture, forse ancora più libero dal punto di vista espressivo.



FP: Forse più poetico. Ma credo che Londra rimanga l'origine delle varie evoluzioni e innovazioni stilistiche.
A Londra ci sono stato solo a 12 anni, praticamente non la conosco per niente, puoi descriverci alcuni luoghi importanti? Club o locali che ti piacciono particolarmente, dove senti che succedono gli happening più importanti dal punto di vista musicale, e culturale?

LR: la grande differenza sta nel fatto che Londra rispetto a Berlino è decisamente piu multientica, e questo si riflette molto anche sulla musica. Riguardo ai club che mi piacciono ce ne sono diversi, ma qua più che di club bisognerebbe parlare di parties.


FP: Sono tutt'orecchi.

LR: Infatti qua c è una grande cultura riguardo ai "warehouse parties" ovvero serate che svolgono non in club ma in grandi magazzini, ex fabbriche, case, che vengono aperti appositamente per ospitare serate di alta qualità, anche con nomi importanti
ma il miglior party per me rimane Fuse. mo ha cambiato la vita, credo di poter dire che insieme al Panorama Bar di Berlino, sia sicuramente il miglior party della mia vita. Fuse è un party che si svolge una volta al mese al Village Underground a Shoreditch, a Londra est, sempre rigorosamente di domenica pomeriggio. Prima si svolgeva tutte le domeniche in un altro club chiamato 93 feet east, ma una retata della polizia lo ha fatto chiudere per quasi un anno.
Quello che volevo dire è che l’ atmosfera che si respira e la qualità della musica non è comparabile con nessun altro posto in cui sono stato, e tutte le volte che sono la dentro penso a tutti quelli che non possono apprezzare e provare le stesse emozioni che io provo in quei momento.
Naturalmente un sacco di amici mi sono venuti a trovare dalla valle anche solo per quel party, e ne sono rimasti tutti affascinati tanto è che non vedono l’ora di tornarci.

FP: Un'ultima domanda. La tua somiglianza a Villalobos  ti ha mai aiutato nella vita?



LR: ahahaha bella domanda! Non mi ha mai aiutato ma mi ha fatto passare momenti divertentissimi sopratutto nelle varie serate....anche se tanti qua mi dicono che assomiglio si più a Raresh (dj rumeno)!! comunque per forza di cose (lavoro in un ristorante nella City) devo farmi la barba praticamente tutti i giorni e con il taglio di capelli corto ho praticamente perso la somiglianza!

L’unica cosa che mi sento di dire è dare un consiglio sopratutto a ragazzi/e che hanno appena finito la scuola superiore. lanciatevi, partite, anche per qualche mese, e fatevi esperienze fuori dal guscio che è il paesello, perché anche se per in periodo corto credo che esperienze come la mia cambino le persone in meglio, sopratutto dal punto di vista di apertura mentale!

FP: Grazie Luis, è stato un piacere, a presto.

lunedì 24 febbraio 2014

Entre laïcité et spiritualité : interview à Lapo Magi

A grande richiesta dei nostri amici francofoni riproponiamo l'intervista a Lapo Magi tradotta in francese da lui stesso:




Antonio Cioni: Pour quelle raison est-tu en France et surtout comme tu a fait à arriver là-bas ?

Lapo Magi : Bonne question ! j’ai quitté notre vallée en 2006, et depuis cette date j’ai toujours habité en France, j’ai vécu principalement à Lyon, à Paris et depuis l’année 2010 ici à Grenoble. J’ai interrompu mon expérience entre 2009 et 2010, en devant rentrer en Italie pour des raisons familiales (assistance à un proche malade terminale, ma grand-mère). Si je voulais résumer au maximum je pourrais te dire qu’au début j’ai bougé pour terminer mes études, que après je n’ai pas fini, mais que je me suis également installé parce que je n’avais pas envie de rentrer en Italie, mais je préfère te répondre comme j’ai répondu a trois vieilles dames que, n’il-ya pas très longtemps m’ont tenu la jambe dans un resto. Apres avoir appris ma région de provenance, en chœur elles se sont exclamé : « Comme ca c’est fait, que vous avez quitter la Toscane?», et moi j’ai répondu « A cause du Pape ». Elles ont gelé.


AC : Tu cherchez donc un état plus laïc ? Et tu l’as trouvé en France?

LM : Je suis en train d'y arriver. Clairement, ma réponse était motivé par la volonté de couper court, mais il-y-avait du vrai dans met mots. Entre 2004 et 2006, après mon retour de mon Erasmus à Nice, j’ai eu une période de crise, je n’arrivait plus à vivre en Italie, mais mon malaise ne dépendait pas seulement de la situation économico-politique de l’Italie, mais surtout du fait que n’importe quoi je faisait, je me sentait comme obligé de jouer toujours un rôle, de rendre compte à quelqu’un, je ne me sentait jamais libre d’agir comme je voulait, et même pas libre dire ce que je voulait. Je personnifiait la raison pour la quelle j’était empêché à être moi-même, avec la culture catholique, majoritaire en Italie, malgré quelque remarquable exception. De toute façon ma formation familiale est laïque, et donc la France, ou cette vision du monde est née représentait mon abordage idéal. Quand même pour répondre plus en détail à ta question, la France est beaucoup plus laïque de l’Italie, que à mon avis ne l’est pas du tout, et si je pense à comme je connais moi l’Europe, je me sens de dire que c’est peut-être le Pays, les plus laïque de la communauté européenne, par contre ça ne veut pas dire que ce model, ne pose pas de problème. Pour deux raison surtout. La première, est liée au fait qu’adopter un model d’état laïque, à voulu souvent dire substituer l’Eglise avec l’État, et ça à eu des conséquences socioculturelles à long terme, perçue au jour d’hui surtout par les jeunes générations, les quelles accusent une manque de spiritualité dans leur vie. L’autre raison, plus récente est liées au fait que si d’un coté cette model à en quelque manière pu cohabiter avec la religion chrétienne, de l’autre pose de problèmes de cohabitation, que si je rappelle bien, même si je n’ai pas de statistique à la main, c’est la deuxième religion ici.

AC : Est-tu donc en train de nous dire que la raison pour laquelle tu est parti, n’était pas liée, ou au moins pas seulement, à des raison pratiques (majeure facilité de trouver du travail, possibilité de faire des meilleurs études, possibilité de toucher des meilleurs salaires), mais plutôt à la recherche d’un différent haleine de vie ?

LM : Tout-à-fait. Clairement, si à fur et à mesure que mon temps ici passait, j’ai décidé d’essayer de m’installer c’est aussi à cause de toutes ces raisons pratiques que viens d’énumérer (Je peut te dire aussi que si j’était obligé de me réinstaller en Italie maintenant, pour des raison pratiques je me trouverai en grave difficulté. Pour des raisons surtout « pratiques »). Par contre elle ne sont pas étés la raison pour la quelle j’ai décidé de partir. Lorsque j’ai décidé de quitter l’Italie j’était un étudiant doué, qu’avait déjà eu d’expérience de travail dans la recherche pendant ses études (cas très rare en Italie), j’avait donc touts les éléments pour pouvoir entamer une carrière dans la recherche en Italie. Clairement en observant comme se passe maintenant en Italie et aussi qu’est ce que c’est passé à beaucoup des mes collègues, je me dis que probablement je serait resté déçu. De toue façon à l’époque je n’avait pas la nécessité d’échapper en toute manière pour survire. Au même temps par contre je sentait (bien conscient que la raison sonne un peut trop mystique) que si je serai restait en Italie, j’aurai probablement trouvé un boulot et une position sociale, mais je n’aurait pas trouvé moi-même.

AC : Et tu t’est cherché pour longtemps, tu as habité à Lyon, à Paris et maintenant tu habite à Grenoble. Est-ce-que tous peut nous raconter en bref ces différant moments ta vie ?  
LM : Oui, j’ai commencé mon expérience ici en ‘m’installant à Lyon. J’ai choisi cette ville pour deux raisons, la première pratique, je bougé officiellement pour terminer mes études d’anthropologie et la fac de Lyon est l’une des mieux équipé de France. La deuxième raison c’est un peux, comme on peut la définir dire idiote ? Quand j’étiez à Nice, en Erasmus, j’avait rêvé que j’habitai à Lyon, et j’avait pris ça comme un signe, comme un rêve prémonitoire. J’ai resté là un peu plus qu’an année. C’était un année très difficile, que j’ai passé presque en isolement. Chargé de mes idéaux, et de mes études en sciences sociales je focalisait toutes mes énergies dans ma volonté de me « franciser » complètement. Je sentait à chaque moment la ville comme hostile dans me regards. Bref, en considérant comme j’ai commence mon interview je peut dire que la choix de vivre dans le bastion du catholicisme français, ne s’était pas révélé bonne choix pour moi. J’ai bougé à Paris officiellement pour faire un stage, mais surtout grâces a des gents que j’avait connu là-bas, après j’ai fait des petits boulots, j’ai connu beaucoup de gents et j’ai commencé à écrire, avec une petite réponse. J’ai commencé à prendre la route pour trouver moi-même, c’était den l’ensemble une expérience positive, même si vers la fin les rythmes de la grande-ville commençaient à me créer quelque difficultés. Malheureusement et malgré moi j’ai du interrompre mon expérience là-bas, en rentrant en Italie, pour les raison auxquelles je faisait allusion. Tu peut bien comprendre que le retour en vallée après Paris à été très traumatisant. Apres un années en vallée, je suis reparti. Je me suis au debout réinstallé sur Lyon, pour des raisons pratiques, mais avec l’idée de la quitter à la première occasion. Je ne suis resté là-bas que trois mois, et j’ai bougé à Grenoble, grâces a des rencontres que j’ai fait. Ici j’ai essayé de m’installer en manière plus stable, j’ai trouvé du boulot, j’ai repris les études que j’avais quitté et maintenant je prépare le concours-enseignant.

AC : Imagine maintenant d’être un peintre et fais-moi un tableau de Grenoble avec tes mots …

LM : Je lui définirait une usine mécanique à l’intérieur d’un volcan. Peut-être l’usine de Volcan à l’intérieur de l’Etna. Un laboratoire explosive. Une ville en prévalence industriel et ouvrière, calé presqu’à force dans un scenario alpin de carte postale. Ou tu est plus facilement impressionné par les trois tours (trois gratte-ciel qui dominent la ville) plutôt que pour la majesté des montagnes. Un centre ville grand comme Anghiari entouré d’une immense périphérie industriel, ou la rage ouvrière trouve son explosion naturel dans l’art et dans la subversion. Une ville-laboratoire.
AC : Laboratoire de quoi ?

LM : De tout ce qui pourrait être, des tendances culturelles, artistiques et politiques, il ne faut pas oublier qu’ici la révolution française à commencé un année en avant !

AC : Je te vois mieux ici, souvent le bon tentative c’est le troisième …

LM : Sans aucune doute. Dans mes expériences précédents j’était en quête de quelque chose, que souvent je ne savais même pas c’était quoi, ici j’essayé de construire moi-même, je ne sais pas encore si j’arriverai, mais quand même je ne peut pas dire que je n’ai pas essayé. Bref ! Pour conclure je peut dire que mon expériences c’est sans doute un peu hors de l’ordinaire, mais au même temps c’est la démonstration que c’est toujours la peine de partir, si clairement on n’as envie, désir et nécessité et que le lieux ou on vit (lieux physique, mais gens qui lui peuplent aussi), n’est pas seulement un scenario, on mérite de lui choisir, mais on doit savoir aussi lui garder en luttant.

AC : Merci Lapo.



La mia inquadratura - Racconti colombiani -. parte seconda

Queste righe sono un estratto liberamente rivisitato di una serie di mail scritte ad amici vari ed eventuali, durante i 3 mesi di permanenza a El Retiro, Antioquia, Colombia lavorando al mio progetto fotografico che si chiama La Mia Inquadratura, presso la Corporacion Rural Biblioteca del Espìritu. 3 mesi di laboratori fotografici con un gruppo di 25 bambini di età compresa fra gli 8 e 12 anni.

"...L'acqua continua a cadere e ringrazio la bruja blanca (strega bianco) che mi ha mandato il sole per quasi tutto il periodo del laboratorio. Per esempio il giorno che sono andata a fare foto a El Retiro con i bambini, un caldo tiepido ci ha accompagno e guidato per le strade del paese. Momenti banalmente speciali. Per esempio il cimitero, tappa amata dagli under 13 anni. Non so spiegarmi il perché ma tutti i bambini che ho conosciuto e con cui ho fatto laboratori fotografici, in varie parti del mondo, a un certo momento mi hanno chiesto di andare a far foto al cimitero. Forse i bambini non hanno così paura della morte ma piuttosto si lasciano affascinare dai colori dei fiori o solamente
dal fatto che in quei luoghi si possono incontrare forme alternative di vita. Persone che furono, storie già scritte e riassunte con un nome e una data su di una lapide.




Per esempio memorabile fu Andres Felipe (11 anni), quando è venuto da me per mostrarmi che le bare più recenti avevano un cospicuo flusso di moschine visitatrici e come opinava Andres Felipe, questo era indice che in quelle bare, i morti, fossero ancora in carne!
Nel frattempo Brahian (11 anni), come un vero Reporter, stava intervistando il becchino, chiedendo orari di apertura e chiusura del cimitero, come se fosse all'ufficio postale. Non so, mi è sembrato un momento irreale e normale allo stesso tempo, una di quelle occasioni generatrici di domande senza fretta nel trovare le risposte.
Il bello dei ricordi è che non occupano spazio ne hanno bisogno di tempo ma saltano, per usare un espressione gergale, “di palo in frasca” come potrebbe fare un vecchio nostalgico ubriacone.
Infatti ora sono di nuovo alla Biblioteca, un altro giorno e un altra ora, sempre durante il laboratorio fotografico. Ero tanto stanca, non riuscivo a farmi capire e non solo perché non parlo bene lo spagnolo, i bambini stanchi più di me non volevano capire. Mi ricordo perfettamente la brutta sensazione che ho avuto quando ho iniziato ad alzare la voce e il senso di benessere quando ho detto: “basta!”, ho guardato i miei indisciplinati alunni e ho domandato: “volete correre?”. Un repentino cambio di registro e un SI in coro mi ha fatto intendere che avevo trovato la soluzione al problema.
Siamo andati in un prato lì vicino e abbiamo improvvisato una staffetta fra le cacche di cavallo.
Ovviamente ci sono state lacrime e un ginocchio sbucciato ma credo rientri tutto nelle regole del gioco. Per certo sono sicura che quel giorno non avrei potuto chieder loro di più che vederli correre, ridere, sfogarsi e lasciarsi alle spalle una settimana di scuola, compiti, genitori, rimproveri e chissà cos'altro.
Venire qua non mi ha fatto sentire lontana ma piuttosto catapultata in un altra dimensione, un mondo magico e profumato che trascende i mari, i tropici e i confini. Un mondo che mi ha fatto sentire bene e privilegiata. Non parlo solo del lavoro ma di tutto, la casa dove ho vissuto per esempio e la persona con cui ho condiviso pasti e lavatrici:
Roberto, un signore di 65 anni, buongustaio e amante della vita in generale, forse un po
malinconico, sempre buona musica in sottofondo e tanti libri. Un amicizia discreta e fuori dalle regole sociali, una persona che non avrei mai incontrato nella mia vecchia vita di tutti i giorni, ma che mi ha insegnato per esempio la definizione della parola armonia o a bere il caffè con il piattino.


Mi ha spesso rimproverato per il mio disordine e ascoltata, Roberto è stato un confidente saggio ed esigente. La stanza dove ho dormito per 3 mesi, proprio sopra la testa di Roberto, un balcone con i vetri colorati alle finestre, i giorni che arrivavano e svegliarsi con la sensazione di vivere dentro un caleidoscopio.
La pioggia si è trasformata in temporale, le mie scarpe sono ormai completamente fradice e anche l'amica pecora mi ha abbandonata per andarsi a riparare sotto la sua tettoia. I pensieri sono ormai troppo disturbati dal rumore dell'acqua che cade, la sigaretta è finita ne rimane solo il filtro bagnato, raccolgo allora le mie cose e vado a prendere l'autobus per tornare a casa.
I ricordi non finiscono qui ma il racconto si, non c'è bisogno di dire tutto, ci saranno altri momenti e altre occasioni, per ora ho un presente da vivere e altre storie da costruire e come che sto vicino all'equatore, già il sole batte alto un altra volta."
Sara.



Info:
http://lamiainquadratura.tumblr.com/
http://laboratoriodelespiritu.org/

domenica 23 febbraio 2014

La mia inquadratura - Racconti colombiani - Parte prima


Queste righe sono un estratto liberamente rivisitato di una serie di mail scritte ad amici vari ed eventuali, durante i 3 mesi di permanenza a El Retiro, Antioquia, Colombia lavorando al mio progetto fotografico che si chiama La Mia Inquadratura, presso la Corporacion Rural Biblioteca del Espìritu. 3 mesi di laboratori fotografici con un gruppo di 25 bambini di età compresa fra gli 8 e 12
anni.



Oggi piove e non posso fare il laboratorio, quindi guardando l'acqua che cade mi e vien da pensare. Ripercorro gli ultimi tre mesi come se passeggiassi al tramonto sulle sponde della mia memoria.
Quando piove, qua nel tropico non è come da noi o almeno lo percepisco modo diverso. I temporali, alle volte, iniziano con dei goccioloni tanto radi che posso stare a cielo aperto molto tempo senza bagnarmi, dandomi un'impressione di raro benessere, mi fa sentire quasi come se fossi la domatrice della pioggia.
Oggi piove, mi pare di averlo già fatto presente e quindi mi fumo una sigaretta schivando le gocce d'acqua e penso, mentre lo faccio guardo la mia dirimpettaia della Biblioteca dove lavoro, una pecora nera rasta a pelo lungo, le voglio bene, quando mi guarda e dice beeee, io mi sciolgo. Ho provato simpatia per il suddetto ovino dal primo momento che l'ho vista, i suoi rasta i suoi beee, non lo so spiegare, mi sta simpatica. Ogni volta che fumo una sigaretta, lei è lì, mi guada e solo con il tempo ho capito che lo fa perché lei, come me, è tabagista e le piace aspirare fumo passivo.
Elemento che la rende ancora più simpatica ai miei occhi.
Tornando ai ricordi, mi devo impegnare per metterli in fila e dargli un ordine, le giornate, le facce, le parole si accavallano e si mettono a giocare con la pioggia, già più fitta e difficile da scansare.
Mi viene alla mente i primi giorno passato a El Retiro, come fossi comprensibilmente fuori posto, i saluti e le presentazioni, i bambini che piano piano iniziavo a conoscere e le loro voci, le loro simpatiche domande. Viaggio nel tempo e vedo il primo laboratorio fotografico, lo stupore quando ho disegnato con una penna immaginaria il tragitto percorso dall'Italia alla Colombia e l'espressione sbigottita sulla faccia dei miei ascoltatori, quando ho mostrato le foto della neve che cade nel mio paesello toscano. Loro non la conoscono la neve, come hanno idee confuse sulle stagioni, cambio di armadio, berrette e guanti.




Vedo la prima notte in Colombia, passata a casa di Gloria (la mia capa se così si può dire), una casa fuori dall'immaginazione, vecchia di 200 anni, surreale e suggestiva, lontana, bianca, qualcosa che ti colpisce dentro...almeno a me sensibile europea.
Tutto è antico, il mobilio, i quadri di un gusto infinito, una tovaglia con lunghe frange rosse, ricopre un tavolinetto rotondo, su cui riposano una lampada verde con le nappe e un coniglio di ceramica.
Ci sono piante rampicanti al bagno e una ballerina di fado di vetro soffiato oscilla sopra lo scarico del water. Potrei continuare per ore, parlando del divano di pelle rossa lucida in giardino o del giardino stesso ma preferisco ora ricordare il giorno che costruii con i bambini macchine fotografiche a foro stenopeico, all'espressione interdetta di Daniel (8 anni) definendo tali oggetti come: “Camaras de mentiras que toman fotos de verdad”, non avrei potuto trovare forma più appropriata per descriverle!"....

...


Link al sito del progetto:


sabato 22 febbraio 2014

La mia inquadratura - Presentazione

Sara Lusini oggi ci parla di un progetto fotografico da lei seguito che si sviluppa tra Romania e Columbia. Fotografa Toscana nata nel 1981 a Sansepolcro; dopo essersi laureata in Comunicazioni Internazionali ha deciso che la sua vera forma di Comunicazione Universale sarebbe stata la macchina fotografica. Nel 2007 ha conseguito un master in Fotografia presso la Laba di Firenze, e dal 2009 lavora al suo progetto La Mia Inquadratura, organizzando laboratori fotografici per bambini con l'obbiettivo di creare uno spazio dove i bambini possano parlare di loro e di ciò che li circonda.





"La Mia Inquadratura è un laboratorio fotografico itinerante e indipendente per bambini (dai 6 ai 13 anni), dove i bambini sono protagonisti, narratori e costruttori di memoria. Organizziamo workshops gratuiti di medio e lungo termine, basati sulle discipline visuali e promuoviamo un approccio ludico della fotografia, lavorando direttamente, nei contesti di vita quotidiana dei partecipanti.




Siamo partiti, nel 2009, da una piccola cittadina dell'est della Romania (Panciu) dove sono stati sviluppati i primi laboratori con un gruppo di bambini appartenenti alle comunità Rom del posto. I bambini di età compresa fra i 6 e gli 11 anni venivano da una comunità molto povera del posto e stavano seguendo un programma di sostegno scolare offerto dalla Ong Rom Pentru Rom. Siamo poi tornati in Italia e abbiamo riproposto lo stesso laboratorio ad un gruppo di bambini di un piccolo paesino Toscano (Pieve Santo Stefano - Arezzo). I Laboratori furono organizzati con l'obiettivo di cercare affinità e divergenze fra i due gruppi di partecipanti, tanto lontani nella carta, ma molto simili sia di età che di spirito.


L'ultima tappa de LMI ha preso luogo in Colombia in collaborazione con la Corporación rural Laboratorio del Espíritu di El Retiro, zona rurale a pochi chilometri da Medellín; con un gruppo di bambini, di età compresa fra 9 e 12 anni, figli di contadini della comunità indigena locale e con problemi di povertà e disagio familiare. Il Laboratorio si posto come obiettivo di aiutare i partecipanti ad allargare le loro prospettive e maturare un una visione più consapevole di ciò che li circonda, promuovere un linguaggio artistico come mezzo di autoriconoscimento, soprattutto in ambienti marginali."



Domani un piccolo estratto dal diario di viaggio di Sara in Colombia. Stay tuned.

E il sito del progetto:
http://lamiainquadratura.tumblr.com/


venerdì 21 febbraio 2014

Pulpito Nites




Il teatro è uno spazio che, da Dioniso in poi, raccoglie e sintetizza immaginazione, rappresentazione, satira. Il teatro è il luogo per eccellenza dove si assiste innocenti allo stravolgimento del senso, dove si rivela sussurrando che il segreto dell'esser sociale è di fatto finzione e rappresentazione.



  Chissà come doveva essere la vita teatrale nel '700 quando in platea non c'erano sedie ma tavoli dove la plebe giocava a carte durante le rappresentazioni mentre i ricchi dai palchi sputavano di sotto per dimostrare il loro affetto verso il volgo. Inutile dire che sicuramente ciò che avveniva nell'intero spazio teatrale superava spesso l'opera rappresentata e ne offriva un'altra, magari anche più originale. La vita della platea, dei camerini, dei palchi: una vita di retrobottega già calati in uno spazio fantastico, che è quello teatrale. Un'atmosfera che crea un'opera spontanea già di per sé, che si scopre girando le spalle al palco e guardando esattamente dall'altra parte.

  Le Pulpito Nites si svolgono qui. C'è una piccola stanza dietro i palchi del teatro settecentesco di Anghiari, sormontata da un pulpito dove cabarettisti, gruppi musicali, dj ed esperimenti teatrali che coinvolgono spesso il pubblico, si esibiscono dando forma a Giovedì sera improbabili, dove spesso l'evento proposto diventa uno sfondo per il luogo stesso, e si passano serate chiacchierando nella semioscurità dei palchi oppure appoggiati al bancone a bere qualcosa, godendosi la musica o la rappresentazione.

  Anche in questo caso, come negli edifici industriali abbandonati di Lipsia e di Berlino, si riutilizza uno spazio apparentemente improbabile e lo si trasforma in un piccolo luogo culturale, un mondo aperto, un incontro che diventa evento sociale.



Per info sulle Pulpito Nites (per chi ha Facebook):

Oppure 0575 788659

Venerdì 28 è il prossimo appuntamento con un party
  

giovedì 20 febbraio 2014

Che succede in Ucraina?

Nelle ultime settimane giornali o televisione propongono ripetutamente notizie sui disordini in Ucraina. Come spesso succede le notizie sono frammentarie e io personalmente ho difficoltà a capire cosa sta succedendo davvero in Ucraina. La prima domanda che mi viene da pormi e alla quale nessun giornale sa darmi una risposta esauriente è:

Perché c'è una protesta in corso?



L'Ucraina è un grande paese situato geograficamente tra la Russia e l'Europa. Buona parte dei motivi della protesta deriva proprio da questo.
  La situazione politica è ovviamente complessa ma sostanzialmente possiamo suddividere l'opinione pubblica in due grosse linee di pensiero: quella filosovietica e quella filoeuropea. Ovviamente queste due correnti di pensiero sono rispettivamente sostenute da Putin, che sta mirando a riottenere un'egemonia russa su tutti i paesi dell'ex URSS, e dall'Europa, che invece ha dato forse troppo per scontato l'ingresso dell'Ucraina e paesi confinanti nell'universo occidentale. Il 21 Novembre 2013 il presidente ucraino filorusso Yanukovich rifiuta di sottoscrivere il Deep and Comprehensive free Trade Agreement, un accordo commerciale che avvicinerebbe l'Ucraina all'UE e contemporaneamente rifiuta di procedere verso il rilascio di Yulia Tymoshenko, ex primo ministro attualmente in carcere. La sua incarcerazione era stata dichiarata illegale dalla corte europea. In pratica Yanukovich chiude completamente all'UE per seguire Putin nel suo progetto di Unione Euroasiatica.
  Iniziano subito delle proteste ignorate e represse da Yanukovich, ma ovviamente questa strada non fa che aumentare il numero dei manifestanti, tanto che il 1° Dicembre raggiungono quota 300000, ma qualcosa è cambiato. La protesta si è trasformata da filoeuropea a anti Yanukovich. Il popolo non vuole essere governato da una marionetta al servizio della Russia, e richiede un'Ucraina politicamente autonoma e democratica dove il potere rappresenti il popolo. Tra i manifestanti c'è una forte presenza ultranazionalistica.



La situazione precipita

Yanukovich continua a fare il gioco della Russia rifiutando un accordo commerciale europeo sul metano e chiedendo a Putin un enorme prestito (15 miliardi di dollari) e uno sconto sul gas, sancendo ormai definitivamente la dipendenza dell'Ucraina dalla Russia e adeguandosi alla linea politica del potente vicino. In Ucraina si arrabbiano quasi tutti: progressisti filoeuropei, fazioni ultranazionalistiche e persino Ultras del calcio. Nel frattempo le manifestazioni, forse per stanchezza, calano di numero, ma l'atmosfera rimane tesa. Siamo a fine Dicembre. Con un po' di diplomazia e di lungimiranza Yanukovich avrebbe potuto a questo punto evitare una rivolta popolare semplicemente non facendo niente ed accettando il fatto che in ogni paese democratico esiste un'opposizione che si esprime anche con manifestazioni di piazza. Invece il nostro, scaltro come una faina, e forse troppo abituato a metodi autoritaristici, il 16 Gennaio fa approvare al Parlamento (che obbedisce senza discutere) una "legge anti-protesta", che limita fortemente la libertà di stampa e il diritto a manifestare. Un bavaglio per azzittire il popolo mentre le trattative sul prestito e sul gas vanno avanti. Il giorno dopo si scatena la guerriglia urbana.


Per seguire le notizie in tempo reale questa è una pagina di Euromaidan, il movimento europeista:

e qui le fonti delle notizie:

mercoledì 19 febbraio 2014

Tra laicismo e spiritualità: intervista a Lapo Magi


Antonio Cioni:  perché sei in Francia e soprattutto come hai fatto a finire lì?

Lapo Magi: Bella domanda. Ho lasciato la valle nel 2006 e sono sempre rimasto in Francia, ho vissuto principalmente a Lione, a Parigi e dal 2010 qui a Grenoble. Ho interrotto l'esperienza tra il 2009 e il 2010 quando sono dovuto rientrare in Italia per problemi familiari (dovevo dare una mano ai miei con mia nonna malata terminale). Se volessi riassumere al massimo, potrei dire che inizialmente mi sono spostato per finire gli studi, che poi non ho finito, ma mi sono fermato perché non avevo voglia di rientrare in Italia, ma preferisco risponderti come risposi a tre anziane signore che tempo fa in un ristorante, mi attaccarono bottone in un ristorante. Dopo avermi chiesto da dove venissi, esterrefatte in coro mi chiesero: "che cosa gliel'ha fatto fare di lasciare la Toscana?" e io risposi: il papa! Gelandole.



AC: Dunque eri in cerca di uno stato più laico? E la Francia lo è?

LM: Ci sto arrivando. Chiaramente la mia risposta fu motivata dalla necessità di levarmele di torno il prima possibile ma c'è del vero in quello che dissi loro. Tra il 2004 e il 2006, al ritorno dal mio erasmus a Nizza entrai in crisi, non riuscivo proprio più a vivere in Italia, il mio disagio non era dovuta solo alla situazione politico economica dell'Italia, quanto al fatto che qualsiasi cosa facessi, mi sentivo come se avessi la necessità di recitare sempre un ruolo, di dover rendere conto a qualcuno, mai libero di agire come volevo, e nemmeno di poter dire quello che pensavo, questo qualcuno o qualcosa lo impersonavo con la cultura cattolica, che seppure con qualche eccezione in Italia la fa da padrone. Essendo comunque la mia formazione familiare laica, dal momento che la tale visione del mondo è nata qui in Francia, la Francia rappresentava il mio approdo ideale. Per rispondere più approfonditamente alla tua domanda beh, indubbiamente la Francia è molto più laica dell'Italia che secondo me non lo è affatto, e per come conosco l'Europa io forse è lo stato più laico dell’EU, con ciò non voglio dire che questo modello non abbia i suoi problemi. Da un lato l'essere laici in Francia ha voluto dire di fatto aver sostituito la chiesa con lo stato, risolvendo il problema solo in superficie, le giovani generazioni soprattutto sentono molto questo problema, lamentando una mancanza di spiritualità nelle loro vite, d'altro canto, un canto esclusivamente politico, se questo modello ha convissuto più o meno bene con la religione cristiana, mostra falle non indifferenti nella convivenza con l'islam (che, anche se non ho le statistiche alla mano), credo sia la seconda religione qui.

AC: Quindi la tua motivazione non è stata, almeno non solo, legata al lavoro, allo studio o agli stipendi, quanto piuttosto alla ricerca di un altro respiro di vita?

LM: Si decisamente, se adesso ci rimango anche per tutti questi motivi più pratici (se tornassi in Italia adesso economicamente non saprei proprio dove sbattere la testa), quando sono partito avevo la possibilità di compicciare qualcosa anche in Italia: ero uno studente promettente, che durante gli studi aveva già avuto un’ esperienza di lavoro nella ricerca: ora chiaramente vedendo come vanno le cose in Italia e come sono andate anche a molti miei colleghi, credo che sarei rimasto deluso, allora però non ero nella condizione di dover scappare per forza per sopravvivere. Anche se la cosa suona un po' troppo mistica però sentivo allo stesso tempo, che forse avrei trovato lavoro e una posizione sociale, ma non avrei mai trovato me stesso.



AC: E ti sei cercato a lungo in Francia; hai vissuto a Parigi, a Lione e adesso a Grenoble. Puoi descriverci brevemente questi tre diversi momenti?

LM: Si, inizialmente mi sono trasferito a Lione, ci sono andato per due motivi: il primo pratico, mi spostavo per terminare gli studi di antropologia e la facoltà di Lione è una delle più attrezzate, l'altro direi che è stato un motivo un po' coglione. durante il mio erasmus a Nizza, avevo sognato che abitavo a Lione, senza esserci mai stato , mi piaceva allora prenderlo come un segno premonitore. Ci sono rimasto poco più di un anno, è stato un anno molto difficile, che ho passato quasi in isolamento. Carico dei miei ideali e dei miei studi in scienze sociali ho cercato di vivere in tutto e per tutto come un francese, ma è stato molto difficile, inoltre ho sempre sentito la città sotto tutti i punti di vista molto ostile nei miei confronti. Beh visto come ho iniziato l'intervista posso dire che il vivere nella roccaforte cattolica di Francia per me non si era rivelata una buona scelta .
A Parigi mi sono spostato inizialmente per fare uno stage in un museo, ma spinto anche dal fatto che avevo conosciuto gente lì, dopo lo stage ho cominciato a fare lavoretti saltuari di ogni tipo, principalmente portiere di notte. Ho conosciuto molta gente e ho cominciato a scrivere, avendo anche qualche riscontro, ho cominciato a prendere la via per trovare me stesso, anche se i ritmi della grande città cominciavano a crearmi qualche difficoltà, purtroppo l'esperienza però si è dovuta interrompere prematuramente perché come accennavo sono dovuto rientrare prematuramente in Italia, per problemi familiari, come puoi intuire il ritorno in valle, dopo Parigi è stato altamente traumatico.
  Dopo un anno in valle, ho deciso di ripartire, ristabilendomi per ragioni pratiche inizialmente a Lione, ma con l'idea che l'avrei lasciata alla prima occasione e cosi è stato non ci sono rimasto nemmeno tre mesi e sono arrivato qui a Grenoble, grazie a gente che ho conosciuto, qui ho cercato di sistemarmi un po' più stabilmente, ho trovato lavoro, ho ripreso gli studi che avevo interrotto, sto preparando il concorso per diventare insegnante nella scuola pubblica e ho continuato a scrivere .

AC: Puoi descrivermi Grenoble?

LM: Lo definirei un officina meccanica dentro un vulcano, forse l'officina di Vulcano dentro l'Etna. Un laboratorio esplosivo. Una cittadina prevalentemente industriale e operaia, calata quasi a forza in uno scenario alpino da cartolina, dove sei più facilmente impressionato dalle tre torri (tre grattaceli che dominano la città) piuttosto che dalla maestosità dalle montagne. Un minuscolo centro storico grande come Anghiari abbracciato da un'immensa periferia industriale, dove la rabbia operaia trova il suo naturale sfogo nell'arte e nella sovversione, una città laboratorio.

AC: Laboratorio di che cosa?

LM: Di quello che potrebbe essere, di tendenze, culturali artistiche e... politiche, non a caso la rivoluzione francese qui cominciò un anno prima!

AC: Già qui ti vedo meglio, spesso è il terzo tentativo quello giusto.

LM: Si senz'altro, se nelle mie precedenti esperienze ero più in cerca di qualcosa, che non sapevo nemmeno cosa fosse, qui sto cercando di costruire me stesso, cosciente che non è detto che ci riesca ma per lo meno ho tentato! Bhè per concludere direi che senz'altro la mia esperienza è un po' anomala, ma è allo stesso tempo la dimostrazione che di partire ne vale sempre sempre la pena se ovviamente se ne ha voglia e desiderio  e che il luogo (inteso sia come luogo fisico, sia come gente) dove si vive è tutt'altro che uno scenario, che ci meritiamo di scegliere, ma che dobbiamo mantenere lottando.


AC: Grazie Lapo.