Antonio Cioni: perché
sei in Francia e soprattutto come hai fatto a finire lì?
Lapo Magi: Bella domanda. Ho lasciato la valle nel 2006 e sono
sempre rimasto in Francia, ho vissuto principalmente a Lione, a Parigi e dal
2010 qui a Grenoble. Ho interrotto l'esperienza tra il 2009 e il 2010 quando sono
dovuto rientrare in Italia per problemi familiari (dovevo dare una mano ai miei
con mia nonna malata terminale). Se volessi riassumere al massimo, potrei dire
che inizialmente mi sono spostato per finire gli studi, che poi non ho finito,
ma mi sono fermato perché non avevo voglia di rientrare in Italia, ma
preferisco risponderti come risposi a tre anziane signore che tempo fa in un
ristorante, mi attaccarono bottone in un ristorante. Dopo avermi chiesto da
dove venissi, esterrefatte in coro mi chiesero: "che cosa gliel'ha fatto
fare di lasciare la Toscana?" e io risposi: il papa! Gelandole.
AC: Dunque eri in cerca di uno stato più laico? E la Francia lo è?
LM: Ci sto arrivando. Chiaramente la mia risposta fu motivata dalla
necessità di levarmele di torno il prima possibile ma c'è del vero in quello
che dissi loro. Tra il 2004 e il 2006, al ritorno dal mio erasmus a Nizza
entrai in crisi, non riuscivo proprio più a vivere in Italia, il mio disagio
non era dovuta solo alla situazione politico economica dell'Italia, quanto al
fatto che qualsiasi cosa facessi, mi sentivo come se avessi la necessità di
recitare sempre un ruolo, di dover rendere conto a qualcuno, mai libero di
agire come volevo, e nemmeno di poter dire quello che pensavo, questo qualcuno
o qualcosa lo impersonavo con la cultura cattolica, che seppure con qualche
eccezione in Italia la fa da padrone. Essendo comunque la mia formazione
familiare laica, dal momento che la tale visione del mondo è nata qui in
Francia, la Francia rappresentava il mio approdo ideale. Per rispondere più
approfonditamente alla tua domanda beh, indubbiamente la Francia è molto più
laica dell'Italia che secondo me non lo è affatto, e per come conosco l'Europa
io forse è lo stato più laico dell’EU, con ciò non voglio dire che questo
modello non abbia i suoi problemi. Da un lato l'essere laici in Francia ha
voluto dire di fatto aver sostituito la chiesa con lo stato, risolvendo il
problema solo in superficie, le giovani generazioni soprattutto sentono molto
questo problema, lamentando una mancanza di spiritualità nelle loro vite,
d'altro canto, un canto esclusivamente politico, se questo modello ha
convissuto più o meno bene con la religione cristiana, mostra falle non indifferenti
nella convivenza con l'islam (che, anche se non ho le statistiche alla mano),
credo sia la seconda religione qui.
AC: Quindi la tua motivazione non è stata, almeno non solo, legata al
lavoro, allo studio o agli stipendi, quanto piuttosto alla ricerca di un altro
respiro di vita?
LM: Si decisamente, se adesso ci rimango anche per tutti questi motivi più
pratici (se tornassi in Italia adesso economicamente non saprei proprio dove
sbattere la testa), quando sono partito avevo la possibilità di compicciare
qualcosa anche in Italia: ero uno studente promettente, che durante gli studi
aveva già avuto un’ esperienza di lavoro nella ricerca: ora chiaramente vedendo
come vanno le cose in Italia e come sono andate anche a molti miei colleghi,
credo che sarei rimasto deluso, allora però non ero nella condizione di dover
scappare per forza per sopravvivere. Anche se la cosa suona un po' troppo
mistica però sentivo allo stesso tempo, che forse avrei trovato lavoro e una
posizione sociale, ma non avrei mai trovato me stesso.
AC: E ti sei cercato a lungo in Francia; hai vissuto a Parigi, a Lione e
adesso a Grenoble. Puoi descriverci brevemente questi tre diversi momenti?
LM: Si, inizialmente mi sono trasferito a Lione, ci sono andato per due
motivi: il primo pratico, mi spostavo per terminare gli studi di antropologia e
la facoltà di Lione è una delle più attrezzate, l'altro direi che è stato un
motivo un po' coglione. durante il mio erasmus a Nizza, avevo sognato che
abitavo a Lione, senza esserci mai stato , mi piaceva allora prenderlo come un
segno premonitore. Ci sono rimasto poco più di un anno, è stato un anno molto
difficile, che ho passato quasi in isolamento. Carico dei miei ideali e dei
miei studi in scienze sociali ho cercato di vivere in tutto e per tutto come un
francese, ma è stato molto difficile, inoltre ho sempre sentito la città sotto
tutti i punti di vista molto ostile nei miei confronti. Beh visto come ho
iniziato l'intervista posso dire che il vivere nella roccaforte cattolica di
Francia per me non si era rivelata una buona scelta .
A Parigi mi sono
spostato inizialmente per fare uno stage in un museo, ma spinto anche dal fatto
che avevo conosciuto gente lì, dopo lo stage ho cominciato a fare lavoretti
saltuari di ogni tipo, principalmente portiere di notte. Ho conosciuto molta
gente e ho cominciato a scrivere, avendo anche qualche riscontro, ho cominciato
a prendere la via per trovare me stesso, anche se i ritmi della grande città
cominciavano a crearmi qualche difficoltà, purtroppo l'esperienza però si è
dovuta interrompere prematuramente perché come accennavo sono dovuto rientrare
prematuramente in Italia, per problemi familiari, come puoi intuire il ritorno
in valle, dopo Parigi è stato altamente traumatico.
Dopo un anno in valle, ho deciso di
ripartire, ristabilendomi per ragioni pratiche inizialmente a Lione, ma con
l'idea che l'avrei lasciata alla prima occasione e cosi è stato non ci sono
rimasto nemmeno tre mesi e sono arrivato qui a Grenoble, grazie a gente che ho
conosciuto, qui ho cercato di sistemarmi un po' più stabilmente, ho trovato
lavoro, ho ripreso gli studi che avevo interrotto, sto preparando il concorso
per diventare insegnante nella scuola pubblica e ho continuato a scrivere .
AC: Puoi descrivermi Grenoble?
LM: Lo definirei un officina meccanica dentro un vulcano, forse l'officina
di Vulcano dentro l'Etna. Un laboratorio esplosivo. Una cittadina
prevalentemente industriale e operaia, calata quasi a forza in uno scenario
alpino da cartolina, dove sei più facilmente impressionato dalle tre torri (tre
grattaceli che dominano la città) piuttosto che dalla maestosità dalle
montagne. Un minuscolo centro storico grande come Anghiari abbracciato da
un'immensa periferia industriale, dove la rabbia operaia trova il suo naturale
sfogo nell'arte e nella sovversione, una città laboratorio.
AC: Laboratorio di che cosa?
LM: Di quello che potrebbe essere, di tendenze, culturali artistiche e...
politiche, non a caso la rivoluzione francese qui cominciò un anno prima!
AC: Già qui ti vedo meglio, spesso è il terzo tentativo quello giusto.
LM: Si senz'altro, se nelle mie precedenti esperienze ero più in cerca di
qualcosa, che non sapevo nemmeno cosa fosse, qui sto cercando di costruire me
stesso, cosciente che non è detto che ci riesca ma per lo meno ho tentato! Bhè per concludere direi che senz'altro la
mia esperienza è un po' anomala, ma è allo stesso tempo la dimostrazione che di
partire ne vale sempre sempre la pena se ovviamente se ne ha voglia e desiderio
e che il luogo (inteso sia come luogo
fisico, sia come gente) dove si vive è tutt'altro che uno scenario, che ci
meritiamo di scegliere, ma che dobbiamo mantenere lottando.
AC: Grazie Lapo.



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