giovedì 10 settembre 2009

E' arrivato il momento di tornare.
I campi di orzo sono stati mietuti. La stagione turistica volge al termine. Il vento gelido dell'inverno comincia a soffiare nelle notti himalayane.
Sono rimasto solo a Leh. Le strade cominciano a farsi deserte. E i miei amici lentamente se ne vanno, alcuni di loro continuano il viaggio in India, altri vanno verso altri paesi, altri tornano a casa. Mi sono affezionato un po' sia alle persone che ho conosciuto sia al luogo dove ho passato l'estate. Purtroppo quando si viaggia si conoscono persone e si vedono luoghi che poi, in molti casi non si vedranno mai piu'. Sono travolto dal desiderio di unirmi a loro, lasciar perdere la tesi e vagabondare per un po', senza dover pensare alla ricerca e agli obblighi. Chiaramente e' utopia, devo tornare, e al piu' presto perche' nei passi montani che mi separano da Manali cade gia' la neve.
Saluto per l'ultima volta tutti e mi incammino nella notte di Leh verso il minibus che mi portera' a Manali. Durata del viaggio: 18 ore, almeno questo e' il preventivo. Nella notte Leh rivela una bellezza strana. A mezzanotte nessuno percorre le sue strade se non cani randagi, asini e mucche che dominano la notte di questa citta' himalayana. Il cialo e' terso, privo di nuvole ed il freddo non mi infastidisce. Le innumerevoli ruote di preghiera tibetane mi osservano mentre saluto la citta', sormonatata dal palazzo reale, una versione in miniatura del Potala tibetano.

Durante tutta la giornata attraversiamo in autobus il Ladakh meridionale un paesaggio decisamente simile a Marte. Montagne di roccia rosse e pietre mentre mi lascio alle spalle le oasi colorate d'orzo dei campi coltivati e mi viene in mente Jhon Barleycorn suonata dai Traffic. Chiaramente il viaggio si prospetta meno semplice del previsto. Ci sono numerosi alti passi per raggiungere Manali, alcuni di questi superano i 5000 metri. Le strade non sono asfaltate se non per brevi tratti e non appena il minibus si avvicina ai passi piu' alti la strada fangosa si restringe fino a diventare impraticabile. Colonne di camion militari e civili ingorgani i fianchi della montagna e comincia a cadere la neve. Oltrepassiamo diversi accampamenti di tende, accampamenti abitati dai nomadi Chang, i pastori della Pashmina, la capra da cui si ricava la famosa lana kashmira. Il freddo e' insopportabile e mi vengono in mente i racconti dei fuggiaschi tibetani che dalla loro terra natia cercarono rifugio qui in India e nel loro esilio molti persero le dita dei piedi a causa del freddo. Ma non c'e' un esule che rimpianga quella fuga.



Il paesaggio avvicinandoci all'Himachal Pradesh comincia a diventare sempre piu' verde, e la desolazione marziana lascia il posto ad un paesaggio piuttosto alpino. e finalmente superato il passo di Baralacha, incontro il monsone. Sono in India.
L'eroico autista del bus continua imperterrito la sua strada finche non viene fermato dalle forze dell'ordine che ci informano che l'ultimo passo, il Rothang (mucchio di cadaveri) e' davvero impraticabile e pericoloso. Siamo costretti a fermarci in un paesino per strada. Fortunatamente faccio amicizia con alcuni ragazzi indiani e di altre nazionalita' e sono quasi contento che il passo sia chiuso.
Ho ancora alcuni giorni prima dell'aereo e non volgio andare subito a Delhi. Esiste un posto nell'himachal Pradesh, non troppo lontano dalla citta' di Kangra, che attira la mia curiosita'. Si tratta del tempio della Dea del Fuoco Jawalamukhi. Il tempio fa parte di una delle piu' famose ed affascinanti leggende indiane, quella di Sati, la sposa di Shiva. Della leggenda parlero' poi. Ma ho deciso che mi concedero' una piccola deviazione verso Kangra. Le leggende vogliono che al visitatore la dea concedera' la realizzazione di un desiderio.
E mentre piove salgo in un altro autobus. Tempo del viaggio preventivato: 12 ore.


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martedì 1 settembre 2009

Orzo e Plastica

Rieccoci!
Dopo un mese il progetto con la NGO e' finito e sono di nuovo a Leh, la capitale del Ladakh. Sono successe chiaramente molte cose in un mese, cosi' ho deciso di suddividere questo post in tre capitoli: 1, il colore dell'orzo; 2, mondi di plastica;

Il colore dell'orzo



La NGO (Non governative organization) alla quale mi sono appoggiato per questo progetto intende proteggere la cultura e l'economia locale ladakhi dall'assalto della modernita' e dello sviluppo. Almeno questa e' la loro posizione. Uno dei loro progetti si chiama Learning from Ladakh e consiste nel far partecipare il volontario alla vita quotidiana di una famiglia ladakhi, il che prevede lavorare assieme a loro quanto necessario. Questa NGO, l'ISEC si automantiene grazie ai soldi dei volontari, il che gia' mi piace, e decido di partecipare al progetto per approfondire la mia conoscenza sul mondo e sulla cultura ladakhi. Verro' spedito in un villaggio a circa 70 km da Leh, chiamato Likkir (caso vuole che si tratti proprio del villaggio che avevo visitato nella mia passeggiata di fine Luglio) dove l'impatto del turismo e della modernizzazione non e' stato ancora forte. Ormai televisione e radio sono dappertutto, ma raramente funzionano, e molte cose, come il burro, il formaggio, la semina e il raccolto, vengono ancora fatte a mano.
Si prospetta un mese molto duro, e sono un po' preoccupato per le barriere linguistiche e per la differenza di stile di vita che mi separa dalla famiglia con la quale vivro' per i prossimi 31 giorni. E' troppo lungo raccontare tutto quindi mi limitero' ad esporre tratti del diario.
...La mia famiglia e' composta solamente da Abale (il padre), Namgyal, 54 anni e Amale (la madre) Noskit, 46. Hanno 4 figli, 2 maschi e 2 femmine, alcuni dei quali sono a loro volta genitori, ma nessuno di loro vive qui al momento. Namgyal, che somiglia incredibilmente a Charles Bronson, ha passato ben 25 anni nell'esercito, il che da queste parti e' una cosa normalissima. Il denaro e' diventato un bisogno nel Ladakh solo dagli anni settanta, cioe' da quando il paese e' entrato nei programmi di sviluppo indiani, per il semplice fatto che ormai e' diventato praticamente obbligatorio mandare a scuola (spesso scuole private) i figli, non solo quindi e' necessario pagare la retta scolastica che prevede vitto e alloggio dal momento che nei villaggi e' raro che esistano scuole superiori, ma serve anche a pagare i braccianti nepalesi che sostituiscono i figli nel lavoro dei campi, e dal momento che troppi lavori non ci sono, circa un terzo, ma forse piu', dei maschi ladakhi e' costretto a scegliere la carriera militare, professione che in questa terra contesa tra India Cina e Pakistan, non cessa mai di essere ricercata. Cosi' il caro Charles Bronson e' stato costretto a vivere gli anni tra i 18 e i 43 sotto le armi, nel frattempo ha partecipato ad una guerra (nel 1999 contro il Pakistan) ha fatto 4 figli, li ha mandati a scuola, li ha visti un mese all'anno, e ora che finalmente e' in pensione loro vivono tutti a Leh, ed hanno abbandonato la vita del villaggio, perche', un po' come e' avvenuto in Italia negli anni cinquanta, la vita campagnola viene considerata di second'ordine rispetto a quella cittadina ( il trucco della vergogna di vivere vicino alla terra grazie al quale noi toscani ci siamo visti fregare tutte le nostre bellissime case di campagna che adesso costano centinaia di migliaia d'euro ). Il lato positivo di tutto questo e' che Bronson, nonostante sia davvero un duro, e' davvero felice di avermi a casa sua e mi tratta un po' come i figli che non ha potuto crescere insegnandomi tutto quello che c'e' da fare nella vita contadina ladakhi: mungere mucche, portarle al pascolo, cogliere la mostarda, fare il burro a mano, mietere lucerna per le bestie (lavoro faticosissimo) e mietere l'orzo con il falcetto.
Gli economisti hanno classificato il Ladakh come un paese poverissimo in quanto prima della modernizzazione non circolavano troppe rupie, quindi, secondo i moderni canoni economici, un paese privo di denaro dev'essere per forza povero. Ogni famiglia ladakhi ha una casa di tre piani con almeno undici stanze. A causa della speciale architettura e' molto semplice riscaldarle e questi edifici fatti di fango e legno sono resistentissimi all'escursione termica ed ai terremoti e molti di essi sono stati costruiti 500 anni fa e sono ancora in ottimo stato. Oltre alle gigantesche e belle case ogni famiglia possiede almeno tre campi d'orzo, dalle due alle cinque mucche, un campo di mostarda, e qualche campo di lucerna, oltre a diversi alberi di mele o di albicocche. Alla faccia del povero. Semplicemente hanno un'agricoltura di autosussitenza, il che non significa che la loro vita sia una passeggiata ma non muoiono di fame, non pagano bollette e non devono impazzire per cercare lavoro. Chiaramente molti sono stati i progetti di "aiuto e sviluppo" promossi dallo stato (e probabilmente spalleggiati dlla Pepsi, ma di questo parlero' poi) per togliere i poveri contadini dai loro campi e sbatterli in fabbrica, cosi' almeno avranno uno stipendio in rupie e finalmente gli economisti potranno dire: il Ladakh non e' piu' povero, ora e' un paese in via di sviluppo, finalmente sono comparsi i primi disoccupati, sono nate le prime competizioni, utili allo sviluppo capitalistico, tra i lavoratori poveri che hanno visto musulmani e buddhisti, che da anni convivevano in poace, finalmente uccidersi a vicenda nell'89 a Leh; finalmente questi primitivi hanno imboccato la strada dello sviluppo e ora potranno comprasi delle maglie di tessuto sintetico delle automobili e consumare patatine fritte e acqua in bottiglie di plastica entrambe marchio Pepsi e il nuomero dei suicidi e' aumentato del 400 per 100. Finalmente l'economia gira anche qui.
A parte giustificatissime polemiche personali l'esperienza di vivere a Likkir per un mese e' stata stupenda. Sveglia alle sei e a letto alle dieci. Duarante la giornata non ho mai avuto la sensazione di lavorare davvero; voglio dire che non esiste chiaramente niente come timbrare i cartellino o lavorare tot ore al giorno, ci sono piutosto cose da fare, a volte molto faticose (mietere l'orzo occupa tutta l famiglia 10 ore al giorno) ma sono sempre e comunque perfettamente in linea con la vita. Non esiste lavorare, esiste vivere. Non c'e' separazione tra lavoro e vita. Fortunatamente ho fatto l'esperienza di lavorare in fabbrica, a Dublino per circa due mesi, 12 ore al giorno 4 giorni a settimana, a volte 5; l'operaio che entra in fabbrica per 8 o 12 ore si disconnette completamente dalla propria vita, cambia personalita', deve diventare efficiente per creare qualcosa che non lo riguarda direttamente (io impacchettavo cd) deve parlare il meno possibile, deve ripetere lo stesso meccanico gesto tutta la giornata. Poi la giornata finisce ed ecco che si reindossa la nostra personalita' si ridiventa noi stessi per qualche ora, poi di nuovo a lavorare. Lavoro e vita sono due cose separate. Questo diverso ritmo chiaramente cambia tutto, impone un tipo di educazione ai figli che non prevede la presenza dei genitori ( e' da quando esistono le fabbriche che dobbiamo mandare i figli a scuola, per educarli ma anche perche' i genitori non sono presenti). Neele societa' tradizionali e comunitarie invece figli e adulti convivono naturalmente ventiquattrore su ventiquattro e non esistono i problemi derivati dall'alienazione della fabbrica. Un'altro importante fattore di differenza e' l'atteggiamento verso l'anziano: piu' un paese e' fortemente industrializzato, piu' l'anziano viene visto e considerato come un malato. Soprattutto nel nord Europa gli anziani si ritrovano a vivere la loro lunga vecchiaia spesso isolati in case di riposo e la maggior parte dei rapporti umani li hanno con medici, come se fossero malati, ed in effetti per la nostra societa' lo sono, la vecchiaia e' una malattia. In Ladakh non c'e' niente di piu' lontano dal vero. A Likkir la vita media e' piu' corta di quella italiana dal momento che nessun anziano viene torturato con macchine e respiratori e tenuto per forza in vita, in compenso lavora e vive assieme ai giovani senza essere considerato ne un peso ne un malato ma tutt'al piu' un compagno piu' grande a cui mostrare rispetto. L'energia dei vecchi ladakhi e' tranquillamente paragonabile a quella di un ventenne nostrano ed un'altra cosa che ho notato e' la totale lucidita' mentale degli anziani.
Tutto a Likkir viene utilizzato e la produzione di rifiuti e' pari a zero. Non si utilizza plastica e si importano unicamente pomodri da Leh e nemmeno troppi. Tutto viene prodotto localmente, persino il Chang, leggerissima birra locale ricavata dalla fermentazione dell'orzo. L'orzo domina la vita nel ladakh, il suo colore e' dominante, cosi' simile alle montagne circostani, alla pelle abbronzatissima dei suoi abitanti. Dall'orzo si ricava la farina, con la quale si produce pane e pasta, dall'orzo si ricava anche il chang apprezzatissimo dai ladakhi. E' difficile non mitizzare questo stile di vita, che io comunque in quanto occidentale non sarei in grado di sostenere a lungo. Credo che lo stile di vita a Likkir sia importante per noi semplicemente perche' ci mostra quello che abbiamo guadagnato e quello che abbiamo perso con la modernizzazione e con l'industrializzazione. Soprattutto per quanto riguarda la qualita' dei rapporti umani.


Mondi di plastica



Ci sono state delle pause durante il progetto. La prima verso meta' mese; siamo tornati a Leh per un workshop. Alcuni partecipanti hanno voluto cambiare casa, soprattutto per problemi di lingua (pochissimi agricoltori parlano inglese). Io ho deciso di utilizzare questi giorni per andare ad investigare riguardo uno dei problemi ambientali maggiori dell'industria dei turisti: lo smaltimento dei rifiuti.
Esiste u business di riciclaggio per quanto riguarda vetro e metallo nel Ladakh. I materiali vengono portati in India e li' riciclati. Non esiste niente di simile per la plastica; perche'? Perche' la plastica e' riciclabile solo al 5 %, il resto diventa fumo tossico e liquame irrecuperabile, quindi non conviene (e' cosi' anche in Europa). Dove va a finire la plastica? Rompendo parecchio le palle a destra e a manca scopro che esiste una discarica fuori citta' dove la plastica viene bruciata e decido di andare a dare un'occhiata. Prendo un taxi e vado a vedere.
Dopo circa un quarto d'ora arrivo in luogo e davanti ai miei occhi si apre uno scenario post apocalittico alla Mad Max ( che potete vedere nelle foto): montagne di plastica ammucchiata che bruciano a cielo aperto, ed e' un'intera vallata che circonda completamente un montagna. Ora capisco come mai l'acqua e' inquinata: la plastica viene buciata e sotterrata e nel corso degli anni ha raggiunto le falde acquifere sotterranee rendendole cancerogene, per non parlare dell'inquinamento aereo che ritorna nel suolo tramite la pioggia. Ma non e' solo questo. Il 99% dei rifiuti e composto dalle mitiche botiglie d'acqua (made Pepsi cola) consumate quotidianamente dai turisti. Ogni anno 50000 turisti (70000 secondo il ministero del turismo) spendono almeno 15 giorni nel Ladakh e consumano come minimo 2,3 bottiglie al giorno d'acqua o di bibite, il che crea minimo 1500000 bottiglie che devono essere bruciate fuori citta' ogni anno ma e' una stima al ribasso, siamo sicuramente sui 2 milioni. Non e' finita: nella discarica vivono delle persone. Sono i lavoratori provenienti dalle parti davvero povere e industrializzate dell'India, il loro lavoro e' bruciare plastica e lo svolgono 24 ore su 24. Il governo non fornisce loro nemmeno un alloggio e sono costretti a vivere in tende che spuntano dai rifiuti. Il fumo di plastica bruciata e' la costante di quasto inferno sulla terra e lo respirano costantemente, il risultato e' che muoiono dopo 5, 10 anni di lavoro del genere. Ma perche' non usare il vetro che e' riciclabilissimo (basterebbe riportarlo alla fabbrica come avviene in Germania)? Per il semplice fatto che Il Paese e' governato dalle multinazionali (nel caso del Ladakh la Pepsi ma ne parlero' piu' approfonditamente nella mia tesi) e la plastica e' fatta di petrolio e c'e' qualcuno che questo petrolio lo vuole vendere ad ogni costo, anche quando non sarebbe strettamente necessario. Oltretutto non essendo riciclabile c'e' sempre bisogno di nuove bottiglie e l'economia gira. E la gente muore di cancro.
In Ladakh e' praticamente impossibile non consumare plastica. Ogni liquido viene venduto nella plastica tranne i succhi di frutta locali. Per fortuna ci sono iniziative locali contro questo strazio: in alcuni luoghi e' possibile riempire le proprie bottiglie vuote con acqua depurata. Ma il turista va sensibilizzato ed informato altrimenti e' inutile. E non vi credete che queste cose accadano solo nei barbari territori del terzo mondo. Non tutta la plastica viene bruciata, Cina e Stati uniti d'America ad esempio la gettano in mare. Le correnti concentriche del Pacifico hanno trasportato nel corso degli anni un'incredibile quantita' di plastica al centro del piu' grande oceano del mondo, il risultato e' stata la creazione della piu' crandiosa isola artificiale del mondo composta interamente di rifiuti. Lo schifo prodotto da tale abominio e' arrivato ad inquinare il pesce mangiato dagli eschimesi.
Se ne volete un esempio cercate su google, e' pieno di foto. E nel frattempo ai cari produttori di tutta questa schifezza non posso che augurare dei cordiali vaffanculo.

domenica 2 agosto 2009

Nella terra del Diamante

I miei ultimi giorni a Leh.
Domani cominciera' il farm project, un progetto promosso da una NGO che prevede il soggiorno presso una famiglia ladakhi per un mese. I partecipanti dovranno vivere assieme ai locali e lavorare assieme a loro il che prevede lo svolgimento di lavori agricoli. Lo so che fa ridere ma avevo deciso gia' prima di partire di partecipare, potrebbe essere utile per la mia tesi, per entrare piu' in contatto con la societa' che sto' studiando. Solo oggi mi e' stato riferito il nome del villaggio in che mi e' stato assegnato: andro' a Likkir, un idilliaco villaggio di circa 500 abitanti sormontato da un gigantesco Gompa (monastero). Forunatamente ho gia' visitato Likkir qualche giorno fa. Mi era presa voglia di andare a fare due passi e, assieme ad un amico sloveno, ci siamo fatti lasciare dall'autobus nel bel mezzo del nulla camminando fino al gompa di Likkir e poi abbiamo raggiunto Alchi, il complesso monastico piu' famoso della zona per i suoi dipinti antichissimi.
Sia Likkir che Alchi sono tesitmonianze viventi della ricchissima ed interessante storia del buddhismo tibetano. Assieme ai nomadi ed ai mercanti che da secoli attraversano questo crocevia dell'Asia anche le culture e le forme religiose qui si incontrano e si mescolano. La storia del buddhismo tibetano e' troppo lunga per essere raccontata qui, si tratta comunque di una forma di buddhismo molto sincretica ed estremamente colorata.



 Vi si ritrovano segni di sciamanesimo, di tantrismo, e sono presenti tutte e tre le principali correnti buddhiste (grande veicolo, piccolo veicolo, veicolo del diamante) e la religione Bon ha avuto anch'essa un'importantissima parte nella formazione di questo mondo religioso. Ma soprattutto, in questo breve viaggio a piedi di un giorno, e' impossibile non sentire ancora l'eco dei protagonisti umani della vicenda, i grandi protagonisti che viaggiando spesso dall'India verso il Tibet o la Cina, hanno lasciato vividi segni nel territorio. Lo stregone tantrico Padmasambawa, uno dei primi eroi della diffusione del buddhismo in Tibet passo' da queste parti nel suo magico viaggio verso le montagne, esorcizzando demoni e compiendo portenti che ancora oggi vengono rappresentati al festival di hemis, dove i monaci mascherati danzano gli esorcismi del santo non e' che uno dei personaggi che segnano con la loro presenza il territorio e la cultura locale ladakhi. Ovunque, anche negli angoli piu' remoti e' possibile scorgere simboli buddhisti: mantra scolpiti nel fianco della montagna, chorten (santuari) eretti nelle loro cime, ruote tibetane che, se girate in senso orario, spandono le loro preghiere in ogni angolo dell'universo, bandiere tibetane fittamente ricoperte di mantra e auguri attorcigliate in cima ai piu' alti picchi transitabili e monasteri che sovrastano piccoli villaggi e sembrano tutt'uno con le cime montuose.

Cio' che fortemente stride con il contesto e' la situazione politica. Il ladakh, parte dello stato del Jammu Kashmir, viene spesso considerato come un'appendice morta e vuota dell'altrimenti paradisiaco (opinione kashmira) stato del Kashmir. La sensazione che si ha e' che la cultura dominante indiano/kashmira stia facendo di tutto per oscurare il Ladakh come entita' politica. Non esiste stampa locale, telegiornali locali e a scuola non si insegna la lingua ladakhi.
Giorni fa nella strada tra Leh e Srinagar un autista di jeep per turisti viene assassinato da due Kashmiri. La citta' di Leh sciopera durante le ore diurne. Nessuno sa di preciso cosa sia accaduto. Alcuni miei amici stanno facendo un trekking nella zona. Cerco di informarmi in serata in internet ma niente. Le pagine relative ai giornali del Jammu Kashmir non si degnano di parlare dell'argomento. Forse una simile notizia potrebbe rovinare la fiorente industria turistica, o forse c'e' di piu'. Comincio a chiedere in giro, tutti sono reticenti, sento voci contraddittorie.
Non riesco infine ad avere notizie certe, ma la voce piu' in voga e' che la jeep trasportava due ragazze coreane e i due kashmiri. A questo punto le notizie si duplicano: secondo alcuni i kashmiri hanno cercato di violentare le ragazze, l'autista le ha difese e gli aggressori gli hanno sparato al collo. Seconda versione: Gli assassini erano militanti islamici che hanno aggredito la jeep uccidendo l'autista. Non sono riuscito a scoprire nulla di cio' che e' successo alle ragazze.
Per il resto nessuno dice niente, a parte lo sciopero. Le agenzie turistiche continuano a vendere il loro pacchetti trekking e alle domande inaspettate rispondono con un sorriso dicendo "I don't know sir".

Fuoco sotto la cenere.

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venerdì 24 luglio 2009

Canto di un pastore errante dell'Asia

Che vi piaccia o meno Leopardi non potrete non pensare alla sua poesia sui nomadi che percorrono questa parte di mondo mentre vi trovate nelle aride valli del Ladakh.
Questa terra, arida, difficilmente raggiungibile, al contrario di essere un luogo isolato dal mondo, e' stata per secoli un importante punto di passaggio della via della seta. Mercanti provenienti da tutta l'Asia (ed anche dall'Europa) hanno attraversato il paese degli alti passi trasportando con loro i prodotti di terre lontane, e con essi la loro cultura ed il loro sangue, creando in questa terra di nessuno che comprende oltre al Ladakh, parte dell'Afghanistan, dell'Hindu Kush, del Xinkiang (spero di averlo scritto bene) , del Tibet del Baltistan e dello Yarkhand un vero e proprio melting pot dove da secoli tutto si mescola eppure tutto sembra resti uguale. Adesso il modo di commerciare e' cambiato e questa terra di viaggi e avventurieri e' stata separata da confini, e i passi che prima univano l'Asia adesso la dividono in traballanti ed incerti stati nazione o province autonome dalla dubbia stabilita' politica. Migliaia di militari sorvegliano le antiche strade che una volta unificavano il Ladakh con i territori che oggi fanno parte di Pakistan e Cina rendendone impossibile il transito e causando la morte delle antiche strade un tempo ombelico del mondo.
Fortunatamente in alcune remote zone di questo arido paradiso esistono ancora popolazioni nomadi che non hanno abbandonato il loro stile di vita. A circa 250 kilometri a sud est di leh, nella zona dei laghi Tso Moriri e Tso Kar vivono ancora i nomadi Chang. La loro vita e' legata all'allevamento di animali e sono i maggiori produttori della lana Pashmina, da cui si ricava la preziosa lana Kashmira, cosi' ricercata dai regnanti e dai nobili inglesi, prima fra tutti la regina Vittoria.
Io e i miei amici abbiamo deciso di visitare per alcuni giorni la terra dei nomadi. Abbiamo trovato alcuni campi e sono riuscito a scambiare con essi alcune parole. Purtroppo la maggior parte di loro al momento si trova nei pascoli di alta montagna e sarebbero necessari giorni di viaggio a piedi per raggiungerli e purtroppo non ne ho il tempo. Ho potuto pero' dormire in uno dei loro villaggi fantasma nei quali si rifugiano durante i rigidissimi mesi invernali, quando la temperatura raggiunge i meno 40 gradi centigradi.
Per quanto poco ho potuto interagire con questi ultimi superstiti di un tempo che volge al tramonto, mi e' impossibile non raccogliere alcune impressioni sul loro stile di vita, uno stile di vita indubbiamente durissimo, legato indissolubilmente agli animali e al territorio, alle pochissime risorse cioe' che questa terra offre. I nomadi riescono a sfruttare il territorio al meglio, piegandosi ai suoi capricci, spostandosi continuamente per seguire il ricambio stagionale di risorse, cercando di non inaridire i pochi pascoli disponibili sfruttandoli eccessivamente. Ogni nomade dipende dal gruppo, e se possibile tra loro la vita comunitaria e' ancora piu' forte che nei remoti villaggi ladakhi. Il problema del singolo diviene ben presto problema collettivo,e benche' il valore individuale sia ritenuto di fondamentale importanza, la vita dell'uno e' intrinsecabilmente legata a quella del gruppo. Non esiste isolamento, sarebbe mortale.


Ma forse la cosa che colpisce di piu' e che mi fa pensare alla vita dei nomadi con un pizzico di invidia e' la mancanza di confini che questi paesaggi lunari himalayani suggeriscono all'occhio, e diventa facile lasciar correre la fantasia lungo le increspature della superficie del lago tso moriri, che riflette le variopinte cime delle piu' alte montagne del mondo e le stelle sopra di esse.


Finalmente sono riuscito a caricare alcune foto, anche se non sono molte e non sono un gran che. Forse riesco a caricare anche qualche video.

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ECCO I VIDEO. Ho sofferto tanto per caricarli e alla fine non li ho potuti mettere su tutti. Pazienza, ci sono solo i piu' brevi.

http://www.youtube.com/watch?v=y7QHjD9gSh4
http://www.youtube.com/watch?v=0XxXVQT6HoE
http://www.youtube.com/watch?v=Mn2AsYLziPo
http://www.youtube.com/watch?v=lGmhvIfdISs
http://www.youtube.com/watch?v=-yFwbXDJ4KU
http://www.youtube.com/watch?v=AoDdAHj4GIw
http://www.youtube.com/watch?v=wkB3UP5m26w
http://www.youtube.com/watch?v=T44iMms2_WQ

mercoledì 8 luglio 2009

Mondi di autosussistenze






Ho avuto la fortuna di conoscere la mia bis nonna prima che morisse.
Ogni tanto le chiedevo com'era la sua vita da giovane. Mi rispondeva prima di tutto che c'era tanta miseria, come se fosse in un certo senso obbligata a dirlo; ma lo faceva sorridendo e subito dopo aggiungeva che c'era anche molta allegria e che si viveva tutti insieme, non come ora.
La societa' in cui vivevano molti contadini italiani cento, duecento anni fa era una societa' ancora comunitaria, una societa' dove le vite umane erano interconnesse. Certamente le persone avevano una coscienza di se' molto diversa da quella attuale, facevano parte di un gruppo, nel bene e nel male e la sorte del gruppo coincideva molto spesso con quella del singolo. Se c'era da mangiare c'era per tutti, se non c'era non c'era per nessuno.
Poi si e' affermato, come risultano di un economia basata sulla libera impresa e sul mercato mondiale, un nuovo concetto di vita, una nuova coscienza: quella individuale. La nostra societa' passo' lentamente da un'assetto comunitario a un assetto individualista che oggi, nel 2009, celebra incontrastato il suo trionfo. Il concetto e' che si nasce soli, si vive soli e si muore soli. Soli ma liberi di intraprendere qualsiasi iniziativa. E finora abbiamo celebrato grandemente i vantaggi dell'individualismo: la possibilita' del divorzio, la possibilita' di vivere lontano dai propri genitori, la possibilita' di vivere la propria vita e scegliersi il proprio lavoro nonostante le proprie origini.
Raramente pero' si sono nominati i difetti del miracolo economico e sociale della nuova era. Ed e' interessante perche' l'attuale societa' liberista ed individualista che sbandiera la liberta' e la diversita' come punti di forza sta producendo un mondo dove, perlomeno recentemente, sono invece sono la dipendenza e l'omologazione ad emergere. Dipendenza dal mercato globale ad esempio. Chi di voi riuscirebbe a vivere senza petrolio? Dipendiamo dai supermercati per l'alimentazione, che sono riforniti tramite camion che vanno a benzina. La luce elettrica e quindi i vostri frigoriferi per funzionare necessitano di petrolio. E l'omologazione: tutto il mondo sta cominciando ad ascoltare la stessa musica, mangiare le stesse cose e soprattutto avere gli stessi obbiettivi. Dipendiamo dal fatto che l'economia deve girare, che dobbiamo produrre e soprattutto consumare di piu' creando altri paradossi. E' sintomatico il fatto che l'Italia esporti quasi tanto olio di oliva quanto ne importi.
Ci abbiamo messo anni a cambiare e non riusciamo a vedere gli errori. Pensiamo che questo sia l'unico mondo possibile. Per questo e' importante conoscere la storia del Ladakh. Non perche' e' esotico, non perche' e' l'Himalaya, ma perche' qui sta' avvenedo esattamente lo stesso processo che avvenne in Europa, solo piu' velocemente.
E' ancora possibile vedere com'e' una societa' comunitaria e come si sta trasformando in una societa' individualista e imprenditoriale.
Nel Ladakh rurale non si nasce soli, non si vive soli e neppure si muore soli. L'intero gruppo partecipa attivamente sostenedo gli altri membri.
Cerco di spiegare a Dawa, il proprietario della mia guest house, che nei paesi industrializzati il fenomeno della depressione sta aumentando. Lui mi chiede cosa sia e io gli spiego che un depresso e' una persona cosi' poco felice da dover andare dal dottore per guarire. E' una notizia al di sopra della sua portata. Non la capisce e non ci crede. E' abituato ad avere un gruppo attorno a se che lo sostiene e di cui fa parte; anche se chiaramente a volte far parte di un gruppo puo' essere pesante e limitante credo che ci sia qualcosa da imparare sulla nostra vita e sulla nostra storia da queste persone prima che spariscano e si omologhino e si uniformino alla massa dei "liberi" individui.

martedì 30 giugno 2009

A due anni di distanza dall'ultimo post ho il piacere di riaprire questo blog. A due anni esatti per l'esattezza e lo riapro esattamente dal posto in cui l'ho chiuso: Manali. Vi avevo lasciato due anni fa proprio qui per la difficolta' di reperire internet da queste parti. Manali era e rimane la porta dell'Himalaya, dell'Himalaya vero e proprio, del cuore dell'Asia.



Questa volta purtroppo non sono qui per viaggiare lasciandomi trasportare dalle situazioni e dagli umori del momento, ma devo scrivere una tesi. Come due anni fa il posto in cui sto per recarmi e' il Ladakh, il piccolo Tibet, un luogo completamente diverso dall'India anche se politicamente ne fa parte. Un luogo che fino a pochi anni fa era irraggiungibile ai piu', ed inprovvisamente in una manciata di anni si trova non solo ad essere aperto al turismo di massa ma anche ad essere una zona strategica per il controllo dell'Asia centrale, quindi e' tempestato di postazioni militari. Riportero' sotto uno schizzo del mio progetto di tesi che mi occupera' per i prossimi 2 mesi e mezzo:

Il Ladakh, o “Piccolo Tibet” e’ una regione himalayana situata nell’estremo nord ovest indiano. Anche se politicamente e’ un distretto dello stato del Jammu-Kashmir la sua storia e le origini del popolo ladakhi poco hanno a che fare con l’etnia kashmira e con le popololazioni indiane dalle quali si differenzia par lingua, cultura, religione e storia. Il Ladakh infatti, una grande valle tra le montagne himalayane collegata al mondo indiano solo tramite alti e difficilmente percorribili valichi, nasce come un regno legato indissociabilmente alla storia tibetana. I ladakhi, popolazione centroasiatica simile per origini etniche a quella tibetana, oggigiorno rappresentano forse l’ultimo baluardo della cultura tibetana dopo gli effetti devastanti della rivoluzione culturale cinese; nel Ladakh infatti il buddhismo tibetano e’ ancora ben vivo nei monasteri e nei viaggi e la sua influenza e’ ovunque visibile nel territorio e nelle usanza degli abitanti. La zona fu conquistata alla fine del XVIII secolo dai raja musulmani kashmiri ed entro’ cosi a far parte, almeno nominalmente, del regno kashmiro; l’Islam e’ quindi la religione secondaria della zona, anche se il luogo e’ rimasto, a causa della sua inaccessibilita’ geografica, al di fuori della storia e dell’influenza culturale kashmira. Con la nascita dell’India il Kashmir, e quindi il Ladakh entrano a far parte dell’unione indiana e il luogo viene chiuso ai visitatori per i notevoli rischi che un viaggio in Ladakh presenta. Per circa 20 anni la regione rimane isolata come mai nella storia, I veicoli motorizzati difficilmente transitano a causa della mancanza di strade e di rifornimento di carburante e l’economia interna, da sempre basata sul’autosussistenza piu’ che sul commercio non risente drastici cambiamenti. Il luogo comincia pero’ a rivestire una certa importanza per il governo indiano a partire dagli anni ’60 quando sia la Cina che il Pakistan per motivi diversi cercano di invadere la zona. Immediatamente c’e’ necessita’ di militarizzare la zona, vengono costruite le prime stazioni di rifornimento carburante e vengono costruite strade per trasportare vettovaglie, munizioni e benzina; contemporaneamente la richiesta d’ingresso da parte dei turisti occidentali si intensifica a cause dell’interesse verso la religione buddhista tibetana a seguito della sua persecuzione in Tibet causata dalla rivoluzione culturale.
Alla fine degli anni sessanta il governo indiano sente l’esigenza di varare un programma di sviluppo per il Ladakh. La collaborazione della popolazione nella costruzione delle infrastrutture utili all’esercito e’ essenziale, il paese deve essere elettrificato, reperire carburante dovra’ essere semplice ed il popolo ladakhi, in quanto facente parte politicamente dell’India dovra’ naturalmente essere la manodopera di tale sviluppo. Comincia cosi’ la modernizzazione del Ladakh: lo sviluppo segue naturalmente il modello occidentale; vengono edificate scuole dove le lezioni sono tenute in Urdu, e l’esame finale in inglese e con il lavoro viene introdotta la moneta indiana. La ricezione da parte dei ladakhi del moderno concetto di sviluppo e di economia avviene pero’ lentamente, il denaro viene inizialmente percepito come un bene di lusso, e non lo si utilizza per acquistare cibo e beni primari bensi’ per oggetti d’artigianato con scopi spesso decorativi.
La situazione sara’ destinata a cambiare drasticamente a meta’ degli anni settanta quando il Ladakh viene aperto al turismo. Negli anni immediatamente successivi il numero di turisti aumenta esponenzialmente. L’impatto che il crescente fenomeno turistico ha sui ladakhi non ne sconvolge solamente le istituzioni economiche ma anche e soprattutto quelle sociali. I primi turisti a giungere in Ladakh negli anni settanta sono molto spesso cio’ che rimane del movimento hippie, giovani in cerca di nuove forme di spiritualita’ e della visione di uno stile di vita alternativa rispetto al consumismo occidentale; in questa prima fase i turisti sono ancora relativamente pochi, un numero sostenibile per I ladakhi che ospitano con facilita’ gli stranier anche gratis, o in cambio di piccoli lavori domestici. Negli ottanta e novanta la zona diventa famosa per i suoi paesaggi incontaminati e le sue altitudini elevate, adatte agli amanti di trekking e di sport estremi. Il flusso aumenta e cambia il tipo di turista. Non difficilmente gia’ agli inizi degli anni ottanta I primi trekker spendevano volentieri in un giorno un ammontare di denaro pari alla spesa di una famiglia ladakhi media di un anno. Con l’aumentare del numero dei turisti cominciano a nascere le prime infrastrutture ad essi dedicate. Attualmente Leh, la capitale del Ladakh e’ dotata di servizi internet, di alcuni ristoranti italiani ed israeliani e di alcuni hotel dotati di elettricita’ e docce, oltre che di un numero imprecisato di negozi di artigianato per turisti. I ladakhi che vivono nella capitale hanno recentemente imparato dai loro vicni indiani l’arte della contrattazione che impiegano verso I turisti ma anche verso I propri, e piu’ ingenui compaesani dei villaggi quando si recano a vendere il loro artigianato in citta’.
I soggetti piu’ sensibili all’apertura verso il mercato globale e lo sviluppo commerciale sono ovviamente I giovani, che spesso abbandonano casa e famiglia per cercare fortuna in citta’ proponendosi come guide turistiche. Non tutti riescono e per la prima volta nella sua storia recente il Ladakh vede nascere nella sua capitale un ceto povero: compaiono I primi giovani senzatetto. Coloro che invece hanno successo assieme al denaro assorbono anche lo stile di vita occidentale la cui immagine viene trasmessa loro oltre che dai turisti anche dal cinema indiano. Non e’ infrequente quindi vedere giovani guide ladakhi sfoggiare maglie con immagini di sconosciute rock band americane, jeans aderentissimi e pacchetto di Marlboro in bella vista. Se interrogati sulla loro famiglia e sulle loro tradizioni rispondono spesso con un misto di vergogna e disprezzo parlando dei parenti che ancora vivono in campagna come dei lenti, pigri e stupidi contadini che non fanno altro che lavorare tutto il giorno e rifiutano il progresso e la luce elettrica.
Anche la situazione nelle campagne si e’ fatta negli anni piu’ delicata. La mancanza di manodopera giovane e’ diventata un problema, considerando anche il fatto che molti padri di famiglia sono stati obbligati ad arruolarsi come militari per sostenere l’aumento delle tasse necessarie per lo sviluppo. Altro dato importante da considerare, frutto anch’esso dell’applicazione dei piani di sviluppo e della nuova ricchezza derivata dal turismo e’ l’aumento considerevole del divario fra ricchi e poveri e la conseguente creazione di nuove classi sociali in una societa’ che al di fuori di Leh e dei monasteri, cioe’ nei piccoli villaggi montani, era storicamente paritaria.


Un po' lungo ma almeno sapete di cosa sto' parlando. Appena posso scrivero' di New Delhi e di manali e se mi riesce carico un paio di video