sabato 31 maggio 2014

Alla ricerca di Kali 1

Post precedente:
il momento di tornare


Il viaggio verso Kangra è interminabile. Sono di ritorno dal Ladakh e ho alle spalle tre mesi di vita himalayana. Ho raccolto materiale sufficiente per scrivere la mia tesi, inoltre l’autunno è alle porte e tra poco i passi montani del Ladakh saranno impraticabili causa neve. Un’intera regione sarà tagliata fuori dal resto del mondo per 9 mesi. Tra una settimana circa ho l’aereo che da Delhi mi riporterà a casa e non posso assolutamente permettermi di perderlo. Potevo trascorrere l’ultima settimana a Manali, rilassandomi godendo delle primizie locali invece ho deciso di sfruttare i miei ultimi giorni indiani andando davvero a cercare il buio.
  E’ notte fonda e sono in un autobus pieno di indiani ubriachi fradici. 






L’autista sta sfidando le leggi della fisica guidando tra giungle, colline, strapiombi in mezzo al traffico notturno dell’Himachal Pradesh. Sono riuscito a prendere l’autobus all’ultimo momento. Nel sedile dietro il mio c’è un uomo, vestito di bianco. Il suo sguardo è impassibile, non si distrae dal guardare dritto davanti a sé e non mi rivolge la minima attenzione. E gliene sono grato, perché è l’unico che non ha tentato di estorcermi del denaro in qualche modo. Gli altri passeggeri sono un’allegra banda di indiani ubriachi che a turno mi si avvicinano e tentano di capire se sono un ricco europeo, o un israeliano zaino in spalla. Sono un italiano zaino in spalla e non sanno come catalogarmi: sono un pollo da spennare o no? La strada è piena di buche e sono in viaggio nel cuore della notte già da diverse ore. Da Manali mi sono fermato a Dharamsala, residenza in esilio del Dalai Lama e sede di diversi ricordi passati. Ho trascorso lì un pomeriggio e poi sono ripartito per Kangra. Pochissimi turisti bianchi vanno a Kangra. Avrei potuto aspettare il giorno seguente ma i pochi giorni che mi restano non mi consentono perdite di tempo. Inoltre Kangra non è la mia destinazione finale, da lì dovrò cercare un taxi notturno o qualche altro mezzo di trasporto, per raggiungere Jawalamukhi, un piccolo villaggio perso nella giungla alle pendici dell’Himalaya. Sarà l’ultimo luogo che visiterò dell’India, e finora, probabilmente il più “indiano” e remoto. Jawalamukhi infatti è completamente al di fuori delle rotte turistiche occidentali. Quelli con la pelle bianca non ci vanno.
  Ma che diavolo ci vado a fare? Me lo chiedo anche io mentre l’autobus sta sfrecciando tra la pioggia monsonica, il fango, la giungla, lo strapiombo e gli indiani ubriachi che urlano a squarciagola. Però era d’obbligo. La prima tesi che ho scritto sull’India era su un argomento che mi ha sempre affascinato: il Tantrismo.






  Sarebbe troppo lungo spiegare per esteso questa via filosofica ed esoterica che serpeggia nel pensiero indiano. Basti sapere per ora che le due figure mitologiche tantriche più importanti sono Shiva, il dio della distruzione, e Shakti, la dea che rappresenta l’energia. La coppia divina è inseparabile, e nei rituali tantrici Shiva viene visto come la coscienza percettiva, mentre Shakti come tutto ciò che può essere percepito. Agli indiani piacciono le favole e sono sorte innumerevoli storie sulla coppia, la più famosa delle quali è quella di Sati. Il tempio di Jawalamukhi, attorno al quale è poi sorto un villaggio ha proprio a che fare con questa leggenda.
  L’autobus esce dalle e finalmente il forte di Kangra compare davanti ai miei occhi ma è notte e posso vedere ben poco. Ci fermiamo in quello che dev’essere la stazione degli autobus, ed anche l’inizio del bazar. E’ notte fonda.
  Scendo insieme agli indiani ubriachi che si disperdono nel buio salutandomi. L’uomo vestito in bianco finalmente decide di guardarmi. “Fire Temple?” Esclama con lo sguardo sempre immobile.
  “Yes.” Rispondo. Mi fa cenno di seguirlo e scompare nel buio dei boschi. –Bhè ora non esageriamo – non lo seguo e mi guardo intorno.
 Umidità, polvere e caldo. Di solito in India non si fa in tempo a scendere da un autobus che subito si viene aggrediti da una folla di facchini e tassinari che cercano di lavorare per il turista, ma qui niente. Nessuno mi caga.
“Meglio. Devo trovare un passaggio, voglio dormire a Jawalamukhi.” Attorno a me sono parcheggiati alcuni taxi. La strada centrale è polverosa; cani randagi e mucche si aggirano tra gli immancabili mucchi di immondizia che sorgono con noncuranza un po’ ovunque. Alcuni tassisti fumano bidhi appoggiati ai loro mezzi. Kangra oggi è un piccolo paesino di circa 10000 abitanti, quasi ignorato dal turismo di massa, se non fosse per il forte, un insieme di mura ed edifici molto antichi e in parte divorati dalla giungla. Non ne so molto. So che una volta doveva essere stata la capitale di qualche importante regno himalayano.

 Queste valli di montagna appaiono come luoghi segreti, difficili da raggiungere, ma finiscono sempre per diventare cerniere tra mondi diversi, dove ciò che è antico sopravvive e ciò che è nuovo si limita a sovrapporsi. Nulla sparisce, basta alzare il velo delle ultime novità e si ritrova ciò che era stato prima. In India la storia scritta non esiste. Il passato in compenso è vivo nel presente e il luogo che sto per visitare, Jawalamuki, era un luogo sacro fin dalla preistoria. Nella mia immaginazione poco è cambiato. Sono vicino ormai, voglio arrivare e vedere.
  Kangra è anche famosa per la sua pittura erotica, e questo non è un caso. La simbologia tantrica risuona di erotismo. Le montagne e le giungle circostanti sono costellati di piccoli e nascosti templi della dea, la cui presenza sembra serpeggiare tra l’umidità dell’aria e nell’oscurità della foresta.


 L’intera regione è inoltre sacra a Shiva, un dio decisamente antisociale, che, come Dioniso, si trova a suo agio nel bosco, nella montagna, lontano dalle città, in luoghi difficilmente raggiungibili, dove i Sadhu indiani ancora oggi si ritirano nudi e lontani dal mondo, in solitudine, e secondo gli stessi indiani è ancora possibile incontrare streghe e stregoni in grado di rubarti l’anima nei sogni. Nelle leggende popolari Shiva appare come un dio distruttivo, selvaggio, danzando crea e distrugge i mondi insensibile alle suppliche e ai dolori degli esseri viventi, ma contemporaneamente è signore dello yoga e del controllo di sé. Un’antinomia che lo ha sempre reso affascinante ai miei occhi.
  “Bhai Sahib!” – Nobile Fratello - Mi rivolgo ad un tassita
“Fire Temple?”
“Yes. Kitne ka hè?” Chiedo quanto costa. So che devo farlo. Mi sta nelle palle contrattare ma in India è obbligatorio.
“200 Rupie” “No grazie troppo caro.” “Allora vai a piedi. Ciao adesso!” Alla faccia della contrattazione!

Per fortuna ci sono altri tassisti e alla fine riesco a scendere un po’. Mi sento un po’ vile ma in India funziona così. Condivido il taxi con altri indiani che inspiegabilmente devono andare al tempio di fuoco a quell’ora della notte. Salgo in taxi e parto per Jawalamukhi.




giovedì 29 maggio 2014

Storie d'aeroporto 2 - Aeroporto Filini



Ho quasi perso un (altro) volo.
E’ andata così
Come al solito, al cancello, nonostante manchino ancora quarantacinque minuti alla partenza, sono già tutti diligentemente sull’attenti; in fila.
E come al solito,  ho un postumo speciale. Più, una mezza indigestione da fegatelli di maiale.
Guardo tutta questa gente e non posso fare a meno di pensare: "ma guarda che coglioni".
Poi mi ritorna in mente l’ultima volta che ho avuto questo pensiero, smargiasso et arrogante, all’aeroporto di Luton.  In partenza e con la carta di identità in bocca,il coglione ero io.
Allora ri-controllo tutto.
Carta d’imbarco: presente.
Carta d’identità: presente.
Moleskine: presente.
Portafogli: presente.
Lettore musicale: presente.
Esulto (eeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeehhhh!!!!!) e  mi rimetto tutto nelle tasce del cappotto.
Viene fuori che il mio corpo reclama zuccheri, visto che ormai lo so che se la mia vista periferica inizia a stringersi tipo buco nero, è  per quello.
Mmmmh, zuccheri, mmmh....acqua con lo zucchero no, non posso andare al bar e chiedere acqua con lo zucchero perché risulterei più sospetto di quanto già sono (sembro e sono vestito come un becchino che ha appena vomitato).
Mmmmh...coca cola! che fa schifo ma funziona.
Vado al bar, prendo la lattina dal frigo e vado alla cassa a pagare. Mi ricordo di avere nelle tasche del cappotto degli euro spiccioli che voglio consumare, in quanto non potranno mai essere tramutati all'ufficio di cambio; che in generale non me ne frega un cazzo ma, visto che sto male, mi aiuta concentrarmi sulle piccole cose (come dice Benvegnu').


 Frugo nelle  tasche  riempite di oggetti importanti causa controllo anti-imbecille.
Non riesco a trovare i mancanti bla bla bla centesimi.
Frugo.
Ma non demordo.
Voglio quegli  spiccioli.
 Inizio a tirare fuori tutto, ma proprio tutto, per poi riporlo sopra il bancone.
Il tipo alla cassa mi guarda.
La fila dietro mi guarda.
Ma nessuno dice niente, sono un becchino troppo peculiare.
Alla fine trovo le monete, pago, rimetto frettolosamente le cose in tasca e me ne esco felice con la mia coca cola.
Il cancello non ha ancora aperto e sono tutti ancora lì, sull’attenti.
Finalmente l’altoparlante annuncia che l'imbarco  è aperto.
La fila inizia a scorrere.
Io rimango seduto ad aspettare che la gente si muova, tanto anche se entro per ultimo non cambia nulla.
Dice.
Quando la fila è  quasi finita mi metto in coda.
Dopo di me un’altra quindicina di persone si aggrega: "furbi anche voi" penso.
A due metri dalla cattivissima impiegata della Ryan Air decido di tirare fuori carta d’identità e carta d’imbarco.
La prima c’è, questa volta.
 La seconda proprio non riesco a trovarla, a prescindere da quanto stia frugando.
Mi esce dalla bocca un rumoroso: "NOOOOOOOOOOOOOOOO!!" mentre sono in fila in mezzo a gente evidentemente più intelligente di me.
Poi cerco di fare mente locale: "dove può essere?".
Bagno, no.
Terrazza fumatori, no.
 Bar!



Punto tutto sul bar e ci vado di corsa.
Ma il bar ha simpaticamente deciso di chiudere.
Busso.
Busso.
Nessuno apre.
Chiaramente.
Un poliziotto mi guarda ed io decido di giocare in contropiede e  di coinvolgerlo: "scusi!"
Non so se chiamarlo “signore”, “cumpa’”, “sua maestà”, "Ingegne’” o “altissimo”.
 Opto per “signore”.
Funziona.
Spiego il problema e l’uomo al servizio del cittadino si attiva subito e  va ad una porta d’emergenza del bar.
Bussa.
Chiama gente con quel tono quel tono autoritario (che pare che i carabinieri siano autorizzati ad urlare negli aeroporti) che io non potrei mai usare.
Dopo un po’ mi vengono ad aprire.
Entro.
Chiedo: "scusi, lei certamente si ricorderà di me"  (essendo un briaco torvo tutto vestito di nero  e piuttosto sbianco per essere estate  piena in Italia).
"Io ero quello che per pagare ha posato tutte quelle cose sul bancone".
Dico.
Poi: "non è che lei ha trovato una carta d’imbarco?".
Il barista, solenne, mi squadra e chiede: "Ma lei è Aruro Fantini?"
Io rispondo: "io si".
Così ho potuto ritrovare la mia carta d’imbarco e tornare da dove ero venuto.
Una cosa però mi incuriosisce.
 Il mio: "io si" di risposta al tono con cui il barista mi ha chiesto "ma lei è Arturo Fantini?".
Come se mi avesse detto "ma lei è un cretino?" ed io avessi risposto con un sommessissimo: "io si".
Io si senza il punto esclamativo.
 Appunto.
Mi chiedo se tra magari cento anni la gente invece che dire "ma lei è un cretino!" dirà: "ma lei è un Arturo Fantini!".

Arturo Fantini



mercoledì 28 maggio 2014

Mea Mood 3 - la scena underground londinese non è mai stata così vicina


MEAMOOD PRESENTA:
HOT HEAD SHOW FESTIVAL
la scena underground londinese non è mai stata così vicina







L’eventistica Mearevolutionae non si ferma e continua con le proposte MeaMood. Dopo l’iniziativa “1010 ways to buy without money” che ha visto coinvolte diverse realtà internazionali sul tema del consumo collaborativo questo mese propone un festival che inaugura la stagione estiva. L’ex scuola Campalla diventa open space per accogliere una giornata di eventi musicali. Circondati dalle colline e i campi di tabacco valtiberini ad aprire le danze sono i WBB, cover Blues Brothers che faranno da spalla alla band della serata: gli Hot Head Show.




  “Nimble, racing music with moments of Nick Cave Passion and Beefheart blues contortion – they offer the complex pleasure of shacking your head in three directions at once.” Musica sciolta, in corsa, con momenti di passione di Nick Cave e contorsioni blues alla Beefheart – regalano il complesso piacere di scuotere la testa in tre direzioni contemporaneamente. Questo dice di loro Clive Bell in The Wire, la rivista londinese underground che da trent’anni si occupa di recensire la scena emergente della capitale britannica.


  Gruppo spalla dei Primus, gli Hot Head Show sintetizzano i ritmi sincopati di funk, lo sperimentalismo di Zappa in un cocktail di schizzati raff jazz. Il gruppo ruota attorno alla figura di Jordan Copeland, figlio d’arte dello storico batterista Steward Copeland della rock band “The Police” e sono stati definiti la punta di diamante del massimalismo avant bang londinese.



Programma:
18:30 WWB
20:00 – Cena con DJ set
22:00 – Hot Head Show



Ingresso:
L’ingresso è solo per tesserati Mearevolutionae. La prima consumazione è obbligatoria e costa 5 euro. La cena è solo con prevendita per 10 euro e comprende ingresso e bevuta. Il tesseramento costa 10 euro con ingresso e bevuta, 15 con la cena.


Contatti:
Antonio – 3460214569

Alessio - 3491947937

lunedì 31 marzo 2014

Storie di Aeroporti I - Luton


Storie di Aeroporti: Luton




 Luton airport, nove gennaio duemiladieci.
Temendo la neve e gli imprevisti che generalmente capitano alla gente come me, sono partito con largo anticipo. Alle dodici e zero zero sono in aeroporto. Il mio volo è alle sedici e zero zero.
E' la prima volta che parto da Luton (di solito uso Stansted) ma comunque sono perfettamente a mio agio. Mi sento cool. Negli ultimi dieci mesi ho preso 6 aeroplani e nei prossimi otto giorni ne prendero' altri quattro.
Mi sento un pesce d'aeroporto.
Incalzo subito la combinata sigaretta-cappuccino-sigaretta, la quale ha l'effetto sperato e mi spedisce subito al bagno per la defecazione che non vorrei mai e poi mai fare in aeroplano. Ho paura che il risucchio del water mi incastri e debbano arrivare le hostess per tirarmi fuori.
Dice che sia una storia realmente successa, pero' in una nave
Dopodichè mi siedo al pub. Il bello degli aeroporti inglesi è che hanno tutti almeno un pub.
Inizio a scrivere.
Una pinta, due pinte, tre pinte, ullalla': bagno-sigaretta.
Torno al pub. Non c'è problema, sono scafato io, sono cool: "Ma guarda tutti questi novellini del volo, guarda quello lì, tutto circospetto, sicuro è la prima volta che vola. Io invece sono cool."

Altra pinta, altro giro, ma stavolta bagno-sigaretta-bagno.
Mentre  entro nella toilette degli uomini incrocio un tipo che spinge sua madre (presumo o forse è un collega obiettore) in carrozzella verso la toilette per i  diasabili .
Uscendo dal bagno vedo che l'uomo mi guarda. Osserva qualcosa che ha in mano e mi guarda. Gli passo davanti, ha una carta d'identità italiana in mano e sembra proprio stare per chiedermi qualcosa.
Infatti mi dice: "Excuse me sir, I guess this is yours."
Cazzo, in mano no ha una carta di identità, ha la mia carta di identità, aperta, con il dito in mezzo.
Guardo me stesso nella foto, ed anche il me stesso mi guarda,  pare sconsolato.
Ringrazio lo sconosciuto con la mamma a rotelle.
Subito dopo un'intuizione mi raggiunge: Il documento era nella tasca posteriore dei miei pantaloni insieme alla mia carta di imbarco, il temutissimo Ryan air check in on line, che non ho più. Scatto baldanzoso in una corsa a ritroso cercando di ricordarmi il tragitto  dal pub verso il bagno. L'unica cosa che manca è la musica che c'è quando superman inizia a correre  per andare a cambiarsi (taratatattata tartaratata, taratattata tartarata, taratataaaaaaataa taratataaaaaaaaaaataaa eccetera).

Non so come, ne perchè, ma ad un tratto vedo in terra un  foglio bianco-speranza. Lo raccolgo. E' la mia carta di imbarco.
Sono due giorni che c'è l'allarme neve qui,  e sono due giorni che mi prodigo in voli pindarici  e strategie per arrivare in tempo utile all'aeroporto, con la paura  di non riuscirci per il maltempo.
Ho anche temuto che l'aereo non sarebbe partito per ilo gelo.
Ed invece l'unico (grosso) rischio che invero ho corso è stato smarrire  carta di identià e di imbarco, ma solo perchè sono Tonto (con la ti maiuscola).
Il maltempo non c'entra, ormai dovrei saperlo: io sono il mio peggior nemico.
Pinta cerebrale per celebrare.



Mi avvio verso il “gate”, passando con ritrovata non-chalance i controlli. Nel lungo corridoio davanti a me c’è una bionda coi tacchi. Le donne coi tacchi sono esseri strani: si mouvono lente come le vampire nei film ma fanno il rumore dei cavalli al passo. Quando sono ubriache cascano in terra, se sono fortunate, oppure prima si prendono una distorsione alla caviglia e poi cascano in terra. All’imbarco la fila è lunga, anche se manca ancora un’ora al decollo. Il cancello non è ancora aperto. Non capisco perchè la gente è tutta sull’attenti e con le valigie in mano, come se pronta a scappare da una retata nazista. 
Comunque ho ancora tempo per un’altra birra. Ritorno dopo la pinta di Guinnes e niente si è mosso, noto con piacere che tutto è come l’avevo lasciato, però con una piccola  variante: una voce di femmina comunica ad intervalli regolari che il cancello d’imbarco  del volo FR 3882, per non importa dove,  è aperto.
E’ incredibile, ma la maggior parte degli esseri i fila, ogni volta che parte l’annuncio-ciclico, si mette ancor più sull’attenti, imbracciando le valigie con ammaliante decisione.
Io no, me ne sto seduto ad osservare lo spettacolo con le labbra in un’inclinazione impercettibilmente beffarda. Perche’ io sono cool, mica come questi qui.
La fila inizia finalmente a muoversi. Mi alzo: devo vestirmi, riporre penna e moleskine nella borsa, estrarre la ritrovata carta d’imbarco nonchè la carta d’identità, per infine mettere la piccola borsa nella mia grande sacca, in modo da  passare ed eludere furbescamente l’ultimo malefico  controllo Ryanair che vuole tassativamente un solo bagaglio a mano per ogni passeggero. Ma io sono cool, ed infatti per avere le due mani libere e velocizzare l’operazione prendo carta d’identità e di imbarco e me le infilo in bocca, tra i denti. Dopo qualche istante, vai a capire perchè, il mio allegro cervello cerca di comunicarmi che c’ è qualcosa che non va. E probabilmente c’è qualcosa che non va, perchè mi si socchiudono gli occhi a serranda (tipo negozio quasi chiuso).
Ci metto qualche secondo, ma alla fine quello che rimane della mia mente razionale riesce a raggiungere, seppure a fatica e col fiatone, la parte istintiva: la carta d’identità che sto tenendo in bocca l’ho presa dalle mani di uno sconosciuto, che a sua volta l’aveva raccolta dal pavimento del cesso non tanto pulito dell’aeroporto di Luton.
E ad un tratto, come per magia, non mi sento mica piu’ tanto cool...



Salgo all’interno dell’aereo cercando di mascherare cotale disfatta interiore.
Ti amo, Ryanair. Questi famigerati voli low-cost sono veramente a poco prezzo; di rimando danno praticamente niente. Ogni volta che volo con questa compagnia e salgo sulla carlinga mi sento come quando si monta su un mezzo che giusto giusto si è fermato per darti uno “strappo”, un passaggio, ma solo perchè andate nella stessa direzione e dove atteri non è proprio quello che cerchi, la tua meta finale, ma vicino. In più tutte, ma proprio tutte le hostess che ho incontrato sono brutte, paiono malnutrite ed hanno pettinature destinate a durare a cadenza mensile. Le divise che indossano sembrano veramente le stesse divise che avevano (e che probabilmente hanno tutt’ora) i bidelli della mai scuola.
L’aereo parte, accellera e decolla, come fanno (quasi) tutti gli aerei. Mi sento ebbro, ma di fronte a tale sopracitata miseria, decido di bermi un’altra birra. Da ubriachi le donne sembrano piu’ belle, o meno brutte; spero dunque per lo meno di far disapparire il porro peloso situato in alto nella fronte della hostess, che costantemente mi offre: biglietti di lotteria, biglietti d’ingresso per non so che (forse lotta all’ultimo sangue tra orsi polari ai quali sono stati applicati con il nastro adesivo da carrozzieri rasoi sulle zampe anteriori), riviste, cibo, bevande. Beh, perlomeno quest’ultimo articolo è interessante. Ma non c’è fretta, il volo dura 4 ore ed il carrello con le vivande passa ogni 72 secondi. Intanto l’uomo davanti a me si è addormentato, o forse l’hostess malnutrita gli ha dato una coltellata per rubargli il portafogli. Provo a rilassarmi e a mettermi comodo. La mia testa, come al solito, prende il sopravvento.

E’ incredibile quanta discrepanza esista in realta’ tra ciò che è il presente e cio che ti aspetti. Il fato è una sorta di Diego Armando Maradona, ti disorienta con finte, giochi e trucchi che non ti aspetti. E ogni tanto fa pure gol di mano e vince scorrettamente.
La più fottuta delle mie sinapsi, mentre provo a chiudere  occhi e pensieri,  mi riporta a quattro anni prima, sempre in aeroplano. Ed eccomi li, in ritorno da Bangkok. Vicino a me è seduta una coppia di turisti, di una nazionalità che non ho ancora decifrato. Lei è evidentemente stanca ed insofferente in un modo  naive e dimostra tale tedio sbuffando e rigirandosi in continui cambi di posizione. Il tutto è rimarcato con gesti veloci e nervosi. Il fidanzato  è perfettamente calato nella parte di partner comprensivo-affettuoso che si prende cura del suo “fiorellino” stanco. 
Ad un tratto provo l’impulso di increspare questo gioco di ruoli perfettamente collaudato. Mi immagino a girarmi di scatto, baciare la ragazza (che poi bella non è), guardarla dritto negli occhi, dirle che l’amo e proporle di scappare a Singapore con l’idea di mettere sù un ospedale per galli da combattimento feriti. Chissà, potrebbe funzionare. O magari potrei lanciare un urlo tipo Karate e piantarle un gomito tra il naso ed labbro superiore. Lei intanti si ri-gira e ri-sbuffa.
Non ho la prova, ma sono abbastanza sicuro che si lamentii ad intervalli regolari. Se avessi un cronometro potrei essere più esaustivo. Comunque, per quanto appena detto, decido che: 1)la nazionalità della coppia e Svizzera, per la regolarità temporale s’intende, e che 2) si sono presi anche troppo del mio tempo. 
L’uomo davanti a me è grasso, con una pancia così spropositata che non riesce a tirare giu completamente il ripiano semovibile che serve, nel mio caso per scrivere, nel suo caso, per il cibo. Il suo stomaco lo impedisce. Vuole mangiare ma non può mangiare perchè mangia troppo. Il classico circolo vizioso.
Il signore chiede dunque una sistemazione più adatta alle proprie esigenze,  ed infatti lo mettono  capofila al primo posto, quello senza il sedile davanti al proprio, col tavlino che viene giu di lato a braccio meccanico (o alabarda cosmica se preferite). Credo che a fine pasto tornerà. Ogni volta che si alza e si siede il sedile oscilla in modo anomalo, lasciandomi appena perplesso.
Di lato, alla mia destra, c’è una cinquantenne in tuta e canottiera che fa stretching. Tira su i piedi, portando le ginocchia al petto, poi cambia figura. Sembra proprio che stia dicendo: "Guardate quanto sono avanti, guardate quanto sono buddista."
Ma l’unica cosa che vedo è il suo culo floscio, che pobabilmente se ne sta undici mesi all’anno (salvo due volte alla settimana in plaestra con amiche) seduto sopra un divano di media bellezza, su una casa di medio valore, in un quartiere di Milano o Bologna o che ne sò.
Potrei far cambio di posto e tentare di inserire la signora che si stira   nel micro-universo di significati in cui la coppia sembra confidentemente nuotare. Magari scatta la scintilla del menage a trois. O magari la vecchia Yoga le da quella gomitata a cui io, per motivi legali, ho rinunciato.
Il ciccione è tornato al suo posto, visto che ho sentito il sedile scricchiolare frasi di dolore. Passa velocemente nella mia mente l’ipotesi di rimanere disgraziatamente schiacciato sotto il peso dell’uomo “diversamente forme”.
Sto viaggiando a diecimila metri sopra il suolo, ad una velocità approssimativa di novecventoquaranta chilomentri orari, su un congegno il cui funzionamento mi lascia ongi volta allibito. Quasi quasi ho paura. Poi ripenso alle parole del monaco Ling Hen: nella vita non bisogna preoccuparsi troppo, soprattutto di morire. Perchè muoriamo esattamente quando dobbiamo morire. Se non è il nostro momento non dobbiamo temere nulla. Se invece è il nostro momento, beh, non possiamo farci nulla. Ergo, se devo morire, perche’ l’aeroplano casca o schiacciato dall’obeso: c’est la vie!
Intanto un  tizio  si è addormentato, o forse era il suo momento ed è morto. Un uomo russa, davanti. Una ragazza carina e poco vestita lascia che le si guardino le gambe. Le hostess corrono sù e giù per il corridoio, probabilmente solo per farmi venire la paranoia che qualcosa non va.
Il diversamente forme si sveglia, o resuscita (a seconda dei casi).
E tutti stiamo viaggiando a folle velocità, ma seduti. Ognuno col suo bagaglio di vestiti, souvenirs, ricordi, sapori, intenzioni. Ognuno con la propria malinconia. Ognuno epicentro del mondo. Ognuno più importante degli altri. 
Provo ad uscire da me stesso per immaginarmi di essere “altro da me”.

Se fossi la ragazza presunta svizzera qui di lato smetterei di rompere il cazzo ed ordinerei una bottiglia di vino che poi almeno dormo. Se fossi l’uomo che russa starei sognando di toccaere le cosce alla ragazza davanti e se fossi il ragazzo di lei probabilmente lo starei gia facendo. Se fossi il ciccione non so, forse sarei morto. Se fossi l’aeroplano me starei buono buono finche’ non atterro.
Se fossi Dio guarderei giù, la Terra, e probabilmente non la riconoscerei. Perchè non è come l’ho fatta io, come l’avevo impostata. Mi cascherebbe l’occhio su quelle grigie, troppo grandi città che appestano la mia creazione; abitate da esseri (gli stessi esseri che io avevo progettato per divenire principi e padroni dell’esistenza) tristi e troppo abituati al giogo per rendersi conto che lavorare cinquanta anni, dare il meglio della vita per non si sa nemmeno che, poi andare in pensione e morire quando si è inservibili alla causa, non è proprio la vita come l’avevo pensata io per loro. Ad averlo saputo prima, avrei dato loro un tipo diverso di cervello, più semplice e perfettamente efficiente. Che poi li vedo bramosi di qualcosa che possono solo intuire sotto pelle, cioè io , ma che non possono perseguire, perchè sono troppo impegnati a convincersi che il giogo al loro collo è in realtà una cosa necessaria. Se fossi Dio mi verrebbe voglia di mandare tutto affanculo e tornare ai fatti miei.
Magari proverei una nuova creazione, una start-up, su qualche altra galassia. Cercando di imparare dai miei errori. Innanzi tutto farei le donne meno permalose e senza il ciclo, visto che qualcosa mi dice che le due cose sono collegate. Poi le farei con un apposita fessura solo per la procreazione: se hai voglia di fare un bambino lo metti lì, nella fessura  progettata per quello. Mescolare il piacere e il dovere è un trucchetto che ne ha fregati troppi.
E nemmeno tanto saggio è stato dare agli uomini quella scintilla divina, mettergli dentro una briciola di infinito, se poi le rare volte che cercano di afferrarla finiscono per naufragare. Ma comunque, se fossi Dio, alcune cose le rifarei esattamente uguali: i tramonti tedeschi, con l’arancione e il viola che fanno l’amore; e pure  gli Appennini li rifarei uguali. Ed anche i Pink Floyd e gli spaghetti alla carbonara.



La testa mi frizza e l’aereo sta atterrando. Ho procedure da seguire, mentre mi accingo a disturbare una nuova città.

Arturo Fantini


mercoledì 19 marzo 2014

Mea Mood - cavalcando l'umore










Dopo una festa è sempre difficile ritornare alla vita di tutti i giorni. Soprattutto dopo una festa di carnevale fuori tempo mentre la primavera sta timidamente facendo capolino.

  Personalmente il dopo festa mi mette sempre un po' di tristezza e l'inizio settimana mi ricorda una frase di Frank Zappa: "senza la musica per decorarlo il tempo sarebbe solo una noiosa sequenza di scadenze produttive e di date in cui pagare le bollette".

  E quindi un po' di musica è bene farla, per non lasciar cadere l'onda e ritrovarci con in mano null'altro che le bollette da pagare.

Da questo venerdì 21 Marzo comincia Mea Mood, un appuntamento mensile di eventi. La programmazione, la tipologia di eventi e le date esatte verranno decise e presentate di mese in mese, a seconda dell'umore. Il luogo dove si svolgeranno le serate umorali sarà la sede di Mearevolutionae ad Anghiari, e visto che è un esperimento iniziamo con tre gruppi sperimentali, appartenenti all'etichetta "Boring Machines". L'ingresso è gratuito, è solo richiesta la tessera.


  Ad aprire le danze:


MAI MAI MAI



un mix di Drone e Ambient, field recordings e soundscapes che ci conducono verso epoche arcane al confine fra la vecchia Europa ed il mistico Oriente.
Nato in una piccola isola dell'Egeo, ha fin da bambino seguito i genitori in giro tra Vicino Oriente ed Europa, assorbendo differenti culture, atmosfere e sonorità dei luoghi in cui veniva trasportato involontariamente: brevi periodi ma così intensi da lasciare tracce indelebili. Questo progetto è la messa in musica di questo suo passato; ciò che ne esce fuori è un miscuglio di drone e ambient, ritmiche vaporose, field recordings e ambientazioni sonore che ci trasportano in epoche passate e oscure, al confine tra oriente ed occidente...
Theta è il primo album ed esce per Boring Machines



A seguire, per gli amanti dei Portished:


MXLX

E' il progetto solista di Matt Loveridge, già componente attivo della krautrock band inglese Beak dove suona assieme a Geoff Barrow (Portishead) e Billy Fuller (Fuzz Against Junk).
MXLX è il suo progetto più attivo e sotto questo pseudonimo ha recentemente pubblicato 2 bellissimi album.
Dal vivo con sitar elettrico, tapes, voce e varie ed eventuali.. 



E in chiusura, dai Massimo Volume Marcella Riccardi con

BE MY DELAY

BeMyDelay nasce nel 2011 come progetto solista di Marcella Riccardi, già Massimo Volume e Franklin Delano. Ora è un duo, con Marcella alle voci e chitarre e Maurizio Abate alle chitarre, lapsteel e armoniche. BeMyDelay è folk senza radici, musica in divenire, materia instabile.










giovedì 6 marzo 2014

Danzando in Europa: Squatters in France

La prima parte è qui



"...Dopo la breve esperienza in Norvegia il master si è spostato in Francia, a Clermont-Ferrand, una cittadina in Auvergne, dove sono rimasta dieci mesi. La sensazione iniziale è stata quella di riavvicinarmi culturalmente a casa. Non vivevamo più in una gabbia d'oro studentesca ma nella città stessa. Dieci mesi sono un tempo abbastanza lungo da conoscere a fondo il luogo dove vivi, troppo lungo per essere riassunto in poche righe.




Una delle esperienza più significative è stata il mio incontro con il mondo dei centri sociali francesi: gli squat. Centri occupati simili ai nostri centri sociali dove si svolgono moltissime attività sociali, dai corsi di danza agli eventi musicali. Ho insegnato danza in uno di questi centri per un po', faceva parte del programma.


  C'è una certa differenza tra gli squat e gli house project tedeschi, perché mentre a Lipsia è lo stato, cioè il comune, che mette legalmente a disposizione degli spazi non utilizzati, gli squat francesi sono completamente illegali: centri occupati. L'idea di squat non si limita alla Francia. Ce ne sono in Italia, in Inghilterra, in Nord Europa, anche in India.


  In Francia lo squat prende la sua colorazione. Parigi è una delle città più care d'Europa e permettersi un affitto spesso è difficile. Molto spesso sono gruppi di immigrati, magari nelle banlieue, a squattare, in silenzio, in ombra, rimanendo lontani dai riflettori. Ma dall'inizio degli anni '80 qualcosa è cambiato. Nel 1981 infatti il collettivo artistico Cloch-Art, promuove l'idea di "occupazione artistica". Prendono un edificio a Parigi che viene utilizzato come museo, come atelier e anche ovviamente come centro culturale.

  Dopo questo primo inizio le esperienze di squat artistico si moltiplicano e nascono sempre più posti in Francia dove la cultura non viene solamente ricordata ma creata e vissuta. E' possibile viaggiare in Francia e pernottare esclusivamente negli squat a prezzi bassissimi. Molto spesso gli squatter vivono nei luoghi che occupano.

  Ovviamente ci sono poi molte tipologie di squat. Alcuni sono fortemente orientati politicamente. A
Clermont lo squat più famoso è l'Hotel des-Viles



  Ho visitato anche altri squat. Con un po' di conoscenze puoi vivere negli squat gratis, semplicemente dando una mano, un po' come gli house project di Lipsia. E' un mondo molto interessante, che non si isola dal resto del vita urbana, anzi è molto aperto.



  In definitiva posso dire che la vita dei centri occupati è stata un momento molto importante nell'esperienza francese. Ho visitato anche uno squat a Bordeaux ed uno a Parigi. Lì vivevano per lo più sudamericani, alcuni dei quali studenti universitari. Ed è molto facile creare una rete di contatti tra i vari centri, ed è facile sentirsi parte di una comunità. Credo che uno dei motivi per cui luoghi del genere sono nati sia anche questo: il ricostruire un senso comunitario che nell'alienazione della metropoli spesso si perde. In francia poi le funzioni comunitarie sono spesso rimesse allo stato, che funziona molto bene, ma rimane un'entità spesso fredda e lontana.

Dopo i dieci mesi francesi il master si è spostato in Ungheria, dove mi sono ritrovata in tutt'altra situazione, fra villaggi nei boschi e danze rom..."




martedì 4 marzo 2014

Danzando in Europa: racconto di un Erasmus Mundus. Parte prima

Nell'intervista a Lapo Magi abbiamo parlato dell'esperienza di chi è partito in cerca di una mentalità diversa, di un paese in cui il pensiero ha un sapore meno bigotto. Forse per lo stesso motivo è partito Luigi Ricci. E' possibile che un giorno tornino ma al momento sono andati per restare. Nei miei racconti indiani del 2007 e del 2009 si narra invece un viaggio zaino in spalla nel primo caso e una ricerca di tesi nel secondo. In entrambi i casi la mia data di ritorno era già fissata prima di partire. Ma gli approcci alle avventure estere non si limitano a queste due tipologie. Oggi ne presentiamo una terza: L'esperienza di studio all'estero. Ma non si tratta del solito Erasmus.
  Sara Azzarelli è una studentessa di antropologia dell'Università di Bologna. Si laurea a pieni voti e subito dopo entra nel progetto Erasmus Mundus. L'intervista è molto lunga, quindi ho deciso di riassumerla.

                       





  Sara Azzarelli: "L'Erasmus Mundus sono master universitari che vedono collaborare quattro atenei diversi in quattro differenti paesi del mondo su un unico oggetto di studio. Il mio è sulla danza, teoria e pratica e si chiama Choreomundus."

Sara nel giro di un anno ha studiato e ballato in Norvegia, Francia, Ungheria e al momento si trova a Londra. La prima tappa è stata la fredda Norvegia, nel quartiere di Moholth, vicino Trondheim:


NORVEGIA - CULTURA DI INTERNI-CANNELLA

S.A. "L'esperienza norvegese è stato l'approccio al master. Sono rimasta lì soltanto un mese, non abbastanza per entrare profondamente in contatto con la cultura norvegese. E' stato il momento iniziale dove ho conosciuto il resto del gruppo con il quale avrei condiviso tutto l'anno. Forse, proprio per questo, ci avevano alloggiato in un... in Italia sarebbe uno studentato, anzi in Italia un posto così neanche esiste. Si trattava di un intero quartiere/ghetto per soli studenti universitari. C'era tutto il necessario per sopravvivere: supermercato, lavanderia e negozi. E poi gli appartamenti per studenti. Venti palazzi pieni di appartamenti per studenti. A Moholth (il nome del nostro "ghetto") non esistevano appartamenti di lavoratori o famiglie, solo studenti: un piccolo mondo chiuso in una palla di vetro. Ovviamente ogni sera c'erano feste studentesche piene di Norvegesi pettinatissimi, senza un pelo di barba e completamente sbronzi. La sera stessa del mio arrivo venni invitata subito ad uno di questi party e, arrivata a pochi metri dall'ingresso del condominio, un norvegese ubriaco lacero si lancia dalla finestra del secondo piano. La finestra era chiusa. Atterra in un cespuglio tra i vetri rotti e la mia espressione stupefatta.





FP: Feste in stile college americano.

SA: Si, L'università in sé è stata per me un vero shock. Organizzazione estremamente puntuale e soprattutto i professori stessi si prendevano cura di ogni nostra esigenza arrivando fino a prestarci le coperte se sentivamo freddo. Ci portavano a fare colazione e ad assaggiare i cibi norvegesi. Insomma, una cura quasi destabilizzante dopo l'università italiana dove, diciamo, devi fare un po' più tutto da solo.

FP: Nel mese norvegese sei rimasta chiusa nel mondo universitario oppure sei riuscita a sbirciare la vita norvegese?

SA: "Avendo a che fare con la danza ho visitato le "dance houses", luoghi dove gente di ogni età si incontra due volte a settimana e danza finché ne ha, soprattutto musica tradizionale norvegese. Un mese è troppo poco per poter analizzare la cultura di un paese, soprattutto perché ero abbastanza confinata nel ghetto universitario, che offre una visione molto settoriale della cultura norvegese. Però potrei descrivere quello che ho visto con una perifrasi: cultura di interni - cannella.

FP: "Cosa significa?"

SA:" Probabilmente a causa del clima la vita si svolge all'interno delle case. Inutile dire che la cura dell'interno è molto minuziosa e le case sono comodissime da vivere. L'Ikea viene dalla vicina Svezia. Nonostante  tra Norvegia e Svezia ci siano i soliti screzi che spesso esistono tra vicini di casa, la cultura dell'arredamento norvegese è praticamente la base su cui vengono pensati i mobili Ikea. Abbiamo tutti un po' di Scandinavia in casa e non lo sappiamo. E la Scandinavia è riuscita ad entrarci in casa proprio perché tutto ciò che ha a che fare con l'interno per loro è estremamente importante. E quando stanno sotto un tetto, che sia una casa o un circolo, passano il tempo a bere tè alla cannella o a mangiare dolci alla cannella."



  In generale l'esperienza norvegese è stata bella perché era soltanto un mese. L'essere chiusa in un piccolo mondo universitario, caldo, accogliente, dove ogni tua necessità da studente veniva esaudita, dove i professori seguivano gli studenti, dove era lecito festeggiare ogni sera, è stato davvero rigenerante. Però era comunque un ghetto, non c'era un vero contatto con la realtà esterna; e alla lunga personalmente sento la necessità di questo contatto."

FP: "La cannella, a lungo andare, stucca."







lunedì 3 marzo 2014

Vita in Australia

Quanti di voi hanno sognato di partire per l'estero? Crearsi una nuova vita lontano dalla decadenza in cui sembra sprofondare, neanche troppo lentamente, un paese sempre più disinteressato alla sorte dei suoi figli? Devo ammettere che l'idea ha accarezzato la mia mente più volte. La difficoltà maggiore è senza dubbio la mancanza di informazioni sul posto dove si va. Andare in Germania, Inghilterra, Francia è tutto sommato semplice. Si è sempre all'interno della comunità europea e tornare a casa è piuttosto facile. Però ci sono alcune mete che sembrano promettere di più rispetto ai centri metropolitani della vecchia europa. Per esempio l'Australia.
  Paese sconfinato e quasi interamente spopolato, ricco, in cerca di manodopera, giovane, liberale, caldo, lontano: l'immagine tipica di questo paese per chi non c'è mai stato è più o meno questa:



E forse l'Australia è veramente la nuova America, intesa nella sua accezione mitologica più romantica: la terra delle opportunità. E questo significa sognare, ma si sa che se al sogno non corrisponde l'azione si finisce per entrare in una trappola onanistica che porta, nel tempo, amare disillusioni. Quindi se mai volessi partire per l'Australia in cerca di realizzazione personale il primo dilemma sarebbe: com'è veramente l'Australia? Quanto costa la vita in Australia? E' vero che in Australia si mangia male? Dove si trova lavoro più facilmente? Che ruolo hanno gli aborigeni nella cultura australiana? E soprattutto: c'è lavoro? E' difficile ottenere un visto lavorativo?

Queste domande hanno stimolato la nascita del progetto #vitainaustralia, dove un gruppo di italiani emigrati in Australia risponde a tutte le domande dei "mates" curiosi di imbarcarsi nell'avventura oceanica, oppure appena sbarcati dall'altra parte del mondo:



o più semplicemente digitate #vitainaustralia






martedì 25 febbraio 2014

Con la festa nel cuore: Intervista a Luigi Ricci




Fammeparlare:  Ciao Luigi, benvenuto. In questo momento tu sei a Londra. Puoi raccontarci come e perché hai deciso di andare a vivere nella capitale britannica?

Luigi Ricci:  la prima volta che ho deciso di trasferirmi qua era nel giugno 2010. L’intento era imparare l’inglese e farmi un’ esperienza lavorativa. dopo 6 mesi sono tornato in Italia ma Londra mi è rimasta nel cuore. era sempre l’ ultimo pensiero prima di andare a dormire.

FP: Quanti anni avevi?

LR: 21 anni compiuti da poco, e devo ammettere che non fu cosi semplice partire, sopratutto sapere di lasciare tanti amici. ma la voglia di mondo mi ha dato il giusto stimolo per prendere e avventurarmi in questa incredibile città. appena arrivato mi sentii spaesato, come in mezzo a una giungla!



FP: cosa stavi facendo in Italia quando hai deciso di trasferirti?

LR: lavoravo nel bar di mio padre, il k cafè!

FP: Quindi non sei partito solo per cercare un lavoro. Qual'è stato il motivo principale della tua decisione? E perché Londra?

LR: il motivo é stato principalmente andare all’ avventura e provare a vivere un una grande città e imparare l' inglese, ovviamente a 21 anni Londra credo sia la città perfetta, per stimoli e cose da fare!

FP: So che un tuo grande interesse è la musica. Che rapporto avevi con la musica prima di partire?

LR: Ho suonato la batteria per 10 anni e poi mi sono avventurato nella musica elettronica e li mi si è aperto un mondo. ho iniziato a fare il dj e produrre musica, e qua ho trovato la mia dimensione ideale, sopratutto quando sono tornato su in novembre 2011. La cultura qua è completamente diversa riguardo a "clubbing" e tutto il mondo che gira intorno al rave e party.



FP: Quali sono le differenze tra la cultura "clubbing" italiana e quella londinese?

LR: L’ esempio perfetto credo sia raccontare la mia prima volta nel club più famoso di Londra, il Fabric. Era una serata molto busy. Villalobos era l’ ospite della serata e non mi scorderò mai la fila che sembrava non avere una fine. Appena arrivato sono andato in fondo e subito ho notato la differenza tra le cose italiane e lodinesi: nessuna spinta, nessuno che cerca di saltare la fila, e questo succede ovunque dal supermercato, al ticket office, all’ ufficio postale. Dopo quasi un ora finalmente tocca a me e subito il buttafuori mi chiede la carta d’ identità, perché qua sotto i 18 anni nessuno entra in nessun club.
Dopo averla mostrata un altro buttafuori mi dice di aprire il giacchetto e inizia a perquisirmi. Anche questa è una grande differenza, qua ovunque c è una perquisizione all’ ingresso. Una volta entrato ho notato subito la grande quantità di ragazze dentro il club, nulla a che vedere con lo stesso tipo di serata in Italia, dove la maggior parte sono ragazzi e dentro la situazione fu qualcosa di completamente nuovo per me: impianto come mai avevo sentito prima, musica come vai avevo sentito prima, un senso di libertà di essere me stesso e apprezzare la musica al livello massimo.



FP: E scommetto che non era mainstream.

LR: Naturalmente l’ opposto. Capii subito che quell’ esperienza mi avrebbe cambiato la vita. la musica era qualcosa di diverso dai solito "tonfi" che avevo sentito in Italia in posti come il Cocoricò, e la gente era li per la musica, per farsi trasportare dai mix che ogni dj a modo suo cercava di far entrare nella mente di tutti i ravers di quella notte, dal primo all’ ultimo senza distinzione di età, nazionalità o stilenessuno cercava di mostrare se stesso agli altri, qua andare a ballare non è moda, è quasi una religione.

FP: L'elettronica più che un mondo è una giungla. Cosa hai sentito quella sera?

LR: A me piace l’ house principalmente, ma adesso è molto difficile classificare la musica elettronica perché ogni dj ha influenze da diversi stili o generi del passato. Quella sera era un mix di house, techno, electro, minimal, tutto nello stesso dj set e questo credo che in Italia non succeda mai o molto sporadicamente. La musica elettronica e sopratutto la cultura del rave e del club parte da qua per quanto riguarda l’Europa, sopratutto il lato house e groovy.

FP: Conosco un po' la scena berlinese: è un bel fermento, ma in effetti si tratta spesso di una rielaborazione della sperimentazione londinese. Londra è un po' la fabbrica della musica contemporanea, almeno in Europa. Un posto dove la cultura la si produce, non ci si limata a ricordarla.

LR: E si evolve aggiungerei.

FP: Per un dj dev'essere la Mecca. Hai continuato ad occuparti di musica o al momento ti concentri sulla vita che le ruota attorno?

LR: Continuo ad occuparmi di musica quasi a tempo pieno, e ho incontrato un sacco di gente con cui condividere la mia stessa passione con la stessa intensità e modo di vedere essa. Ancora non sono riuscito a esprimermi ma sono sicuro che con la giusta dedizione e umiltà arriverà presto il mio momento. sto anche producendo musica al momento e c è già il progetto di aprire una label prossimamente. Tornando a Berlino, sono stato la in vacanza a novembre e sono stato folgorato anche da quel tipo di club culture, forse ancora più libero dal punto di vista espressivo.



FP: Forse più poetico. Ma credo che Londra rimanga l'origine delle varie evoluzioni e innovazioni stilistiche.
A Londra ci sono stato solo a 12 anni, praticamente non la conosco per niente, puoi descriverci alcuni luoghi importanti? Club o locali che ti piacciono particolarmente, dove senti che succedono gli happening più importanti dal punto di vista musicale, e culturale?

LR: la grande differenza sta nel fatto che Londra rispetto a Berlino è decisamente piu multientica, e questo si riflette molto anche sulla musica. Riguardo ai club che mi piacciono ce ne sono diversi, ma qua più che di club bisognerebbe parlare di parties.


FP: Sono tutt'orecchi.

LR: Infatti qua c è una grande cultura riguardo ai "warehouse parties" ovvero serate che svolgono non in club ma in grandi magazzini, ex fabbriche, case, che vengono aperti appositamente per ospitare serate di alta qualità, anche con nomi importanti
ma il miglior party per me rimane Fuse. mo ha cambiato la vita, credo di poter dire che insieme al Panorama Bar di Berlino, sia sicuramente il miglior party della mia vita. Fuse è un party che si svolge una volta al mese al Village Underground a Shoreditch, a Londra est, sempre rigorosamente di domenica pomeriggio. Prima si svolgeva tutte le domeniche in un altro club chiamato 93 feet east, ma una retata della polizia lo ha fatto chiudere per quasi un anno.
Quello che volevo dire è che l’ atmosfera che si respira e la qualità della musica non è comparabile con nessun altro posto in cui sono stato, e tutte le volte che sono la dentro penso a tutti quelli che non possono apprezzare e provare le stesse emozioni che io provo in quei momento.
Naturalmente un sacco di amici mi sono venuti a trovare dalla valle anche solo per quel party, e ne sono rimasti tutti affascinati tanto è che non vedono l’ora di tornarci.

FP: Un'ultima domanda. La tua somiglianza a Villalobos  ti ha mai aiutato nella vita?



LR: ahahaha bella domanda! Non mi ha mai aiutato ma mi ha fatto passare momenti divertentissimi sopratutto nelle varie serate....anche se tanti qua mi dicono che assomiglio si più a Raresh (dj rumeno)!! comunque per forza di cose (lavoro in un ristorante nella City) devo farmi la barba praticamente tutti i giorni e con il taglio di capelli corto ho praticamente perso la somiglianza!

L’unica cosa che mi sento di dire è dare un consiglio sopratutto a ragazzi/e che hanno appena finito la scuola superiore. lanciatevi, partite, anche per qualche mese, e fatevi esperienze fuori dal guscio che è il paesello, perché anche se per in periodo corto credo che esperienze come la mia cambino le persone in meglio, sopratutto dal punto di vista di apertura mentale!

FP: Grazie Luis, è stato un piacere, a presto.