lunedì 31 marzo 2014

Storie di Aeroporti I - Luton


Storie di Aeroporti: Luton




 Luton airport, nove gennaio duemiladieci.
Temendo la neve e gli imprevisti che generalmente capitano alla gente come me, sono partito con largo anticipo. Alle dodici e zero zero sono in aeroporto. Il mio volo è alle sedici e zero zero.
E' la prima volta che parto da Luton (di solito uso Stansted) ma comunque sono perfettamente a mio agio. Mi sento cool. Negli ultimi dieci mesi ho preso 6 aeroplani e nei prossimi otto giorni ne prendero' altri quattro.
Mi sento un pesce d'aeroporto.
Incalzo subito la combinata sigaretta-cappuccino-sigaretta, la quale ha l'effetto sperato e mi spedisce subito al bagno per la defecazione che non vorrei mai e poi mai fare in aeroplano. Ho paura che il risucchio del water mi incastri e debbano arrivare le hostess per tirarmi fuori.
Dice che sia una storia realmente successa, pero' in una nave
Dopodichè mi siedo al pub. Il bello degli aeroporti inglesi è che hanno tutti almeno un pub.
Inizio a scrivere.
Una pinta, due pinte, tre pinte, ullalla': bagno-sigaretta.
Torno al pub. Non c'è problema, sono scafato io, sono cool: "Ma guarda tutti questi novellini del volo, guarda quello lì, tutto circospetto, sicuro è la prima volta che vola. Io invece sono cool."

Altra pinta, altro giro, ma stavolta bagno-sigaretta-bagno.
Mentre  entro nella toilette degli uomini incrocio un tipo che spinge sua madre (presumo o forse è un collega obiettore) in carrozzella verso la toilette per i  diasabili .
Uscendo dal bagno vedo che l'uomo mi guarda. Osserva qualcosa che ha in mano e mi guarda. Gli passo davanti, ha una carta d'identità italiana in mano e sembra proprio stare per chiedermi qualcosa.
Infatti mi dice: "Excuse me sir, I guess this is yours."
Cazzo, in mano no ha una carta di identità, ha la mia carta di identità, aperta, con il dito in mezzo.
Guardo me stesso nella foto, ed anche il me stesso mi guarda,  pare sconsolato.
Ringrazio lo sconosciuto con la mamma a rotelle.
Subito dopo un'intuizione mi raggiunge: Il documento era nella tasca posteriore dei miei pantaloni insieme alla mia carta di imbarco, il temutissimo Ryan air check in on line, che non ho più. Scatto baldanzoso in una corsa a ritroso cercando di ricordarmi il tragitto  dal pub verso il bagno. L'unica cosa che manca è la musica che c'è quando superman inizia a correre  per andare a cambiarsi (taratatattata tartaratata, taratattata tartarata, taratataaaaaaataa taratataaaaaaaaaaataaa eccetera).

Non so come, ne perchè, ma ad un tratto vedo in terra un  foglio bianco-speranza. Lo raccolgo. E' la mia carta di imbarco.
Sono due giorni che c'è l'allarme neve qui,  e sono due giorni che mi prodigo in voli pindarici  e strategie per arrivare in tempo utile all'aeroporto, con la paura  di non riuscirci per il maltempo.
Ho anche temuto che l'aereo non sarebbe partito per ilo gelo.
Ed invece l'unico (grosso) rischio che invero ho corso è stato smarrire  carta di identià e di imbarco, ma solo perchè sono Tonto (con la ti maiuscola).
Il maltempo non c'entra, ormai dovrei saperlo: io sono il mio peggior nemico.
Pinta cerebrale per celebrare.



Mi avvio verso il “gate”, passando con ritrovata non-chalance i controlli. Nel lungo corridoio davanti a me c’è una bionda coi tacchi. Le donne coi tacchi sono esseri strani: si mouvono lente come le vampire nei film ma fanno il rumore dei cavalli al passo. Quando sono ubriache cascano in terra, se sono fortunate, oppure prima si prendono una distorsione alla caviglia e poi cascano in terra. All’imbarco la fila è lunga, anche se manca ancora un’ora al decollo. Il cancello non è ancora aperto. Non capisco perchè la gente è tutta sull’attenti e con le valigie in mano, come se pronta a scappare da una retata nazista. 
Comunque ho ancora tempo per un’altra birra. Ritorno dopo la pinta di Guinnes e niente si è mosso, noto con piacere che tutto è come l’avevo lasciato, però con una piccola  variante: una voce di femmina comunica ad intervalli regolari che il cancello d’imbarco  del volo FR 3882, per non importa dove,  è aperto.
E’ incredibile, ma la maggior parte degli esseri i fila, ogni volta che parte l’annuncio-ciclico, si mette ancor più sull’attenti, imbracciando le valigie con ammaliante decisione.
Io no, me ne sto seduto ad osservare lo spettacolo con le labbra in un’inclinazione impercettibilmente beffarda. Perche’ io sono cool, mica come questi qui.
La fila inizia finalmente a muoversi. Mi alzo: devo vestirmi, riporre penna e moleskine nella borsa, estrarre la ritrovata carta d’imbarco nonchè la carta d’identità, per infine mettere la piccola borsa nella mia grande sacca, in modo da  passare ed eludere furbescamente l’ultimo malefico  controllo Ryanair che vuole tassativamente un solo bagaglio a mano per ogni passeggero. Ma io sono cool, ed infatti per avere le due mani libere e velocizzare l’operazione prendo carta d’identità e di imbarco e me le infilo in bocca, tra i denti. Dopo qualche istante, vai a capire perchè, il mio allegro cervello cerca di comunicarmi che c’ è qualcosa che non va. E probabilmente c’è qualcosa che non va, perchè mi si socchiudono gli occhi a serranda (tipo negozio quasi chiuso).
Ci metto qualche secondo, ma alla fine quello che rimane della mia mente razionale riesce a raggiungere, seppure a fatica e col fiatone, la parte istintiva: la carta d’identità che sto tenendo in bocca l’ho presa dalle mani di uno sconosciuto, che a sua volta l’aveva raccolta dal pavimento del cesso non tanto pulito dell’aeroporto di Luton.
E ad un tratto, come per magia, non mi sento mica piu’ tanto cool...



Salgo all’interno dell’aereo cercando di mascherare cotale disfatta interiore.
Ti amo, Ryanair. Questi famigerati voli low-cost sono veramente a poco prezzo; di rimando danno praticamente niente. Ogni volta che volo con questa compagnia e salgo sulla carlinga mi sento come quando si monta su un mezzo che giusto giusto si è fermato per darti uno “strappo”, un passaggio, ma solo perchè andate nella stessa direzione e dove atteri non è proprio quello che cerchi, la tua meta finale, ma vicino. In più tutte, ma proprio tutte le hostess che ho incontrato sono brutte, paiono malnutrite ed hanno pettinature destinate a durare a cadenza mensile. Le divise che indossano sembrano veramente le stesse divise che avevano (e che probabilmente hanno tutt’ora) i bidelli della mai scuola.
L’aereo parte, accellera e decolla, come fanno (quasi) tutti gli aerei. Mi sento ebbro, ma di fronte a tale sopracitata miseria, decido di bermi un’altra birra. Da ubriachi le donne sembrano piu’ belle, o meno brutte; spero dunque per lo meno di far disapparire il porro peloso situato in alto nella fronte della hostess, che costantemente mi offre: biglietti di lotteria, biglietti d’ingresso per non so che (forse lotta all’ultimo sangue tra orsi polari ai quali sono stati applicati con il nastro adesivo da carrozzieri rasoi sulle zampe anteriori), riviste, cibo, bevande. Beh, perlomeno quest’ultimo articolo è interessante. Ma non c’è fretta, il volo dura 4 ore ed il carrello con le vivande passa ogni 72 secondi. Intanto l’uomo davanti a me si è addormentato, o forse l’hostess malnutrita gli ha dato una coltellata per rubargli il portafogli. Provo a rilassarmi e a mettermi comodo. La mia testa, come al solito, prende il sopravvento.

E’ incredibile quanta discrepanza esista in realta’ tra ciò che è il presente e cio che ti aspetti. Il fato è una sorta di Diego Armando Maradona, ti disorienta con finte, giochi e trucchi che non ti aspetti. E ogni tanto fa pure gol di mano e vince scorrettamente.
La più fottuta delle mie sinapsi, mentre provo a chiudere  occhi e pensieri,  mi riporta a quattro anni prima, sempre in aeroplano. Ed eccomi li, in ritorno da Bangkok. Vicino a me è seduta una coppia di turisti, di una nazionalità che non ho ancora decifrato. Lei è evidentemente stanca ed insofferente in un modo  naive e dimostra tale tedio sbuffando e rigirandosi in continui cambi di posizione. Il tutto è rimarcato con gesti veloci e nervosi. Il fidanzato  è perfettamente calato nella parte di partner comprensivo-affettuoso che si prende cura del suo “fiorellino” stanco. 
Ad un tratto provo l’impulso di increspare questo gioco di ruoli perfettamente collaudato. Mi immagino a girarmi di scatto, baciare la ragazza (che poi bella non è), guardarla dritto negli occhi, dirle che l’amo e proporle di scappare a Singapore con l’idea di mettere sù un ospedale per galli da combattimento feriti. Chissà, potrebbe funzionare. O magari potrei lanciare un urlo tipo Karate e piantarle un gomito tra il naso ed labbro superiore. Lei intanti si ri-gira e ri-sbuffa.
Non ho la prova, ma sono abbastanza sicuro che si lamentii ad intervalli regolari. Se avessi un cronometro potrei essere più esaustivo. Comunque, per quanto appena detto, decido che: 1)la nazionalità della coppia e Svizzera, per la regolarità temporale s’intende, e che 2) si sono presi anche troppo del mio tempo. 
L’uomo davanti a me è grasso, con una pancia così spropositata che non riesce a tirare giu completamente il ripiano semovibile che serve, nel mio caso per scrivere, nel suo caso, per il cibo. Il suo stomaco lo impedisce. Vuole mangiare ma non può mangiare perchè mangia troppo. Il classico circolo vizioso.
Il signore chiede dunque una sistemazione più adatta alle proprie esigenze,  ed infatti lo mettono  capofila al primo posto, quello senza il sedile davanti al proprio, col tavlino che viene giu di lato a braccio meccanico (o alabarda cosmica se preferite). Credo che a fine pasto tornerà. Ogni volta che si alza e si siede il sedile oscilla in modo anomalo, lasciandomi appena perplesso.
Di lato, alla mia destra, c’è una cinquantenne in tuta e canottiera che fa stretching. Tira su i piedi, portando le ginocchia al petto, poi cambia figura. Sembra proprio che stia dicendo: "Guardate quanto sono avanti, guardate quanto sono buddista."
Ma l’unica cosa che vedo è il suo culo floscio, che pobabilmente se ne sta undici mesi all’anno (salvo due volte alla settimana in plaestra con amiche) seduto sopra un divano di media bellezza, su una casa di medio valore, in un quartiere di Milano o Bologna o che ne sò.
Potrei far cambio di posto e tentare di inserire la signora che si stira   nel micro-universo di significati in cui la coppia sembra confidentemente nuotare. Magari scatta la scintilla del menage a trois. O magari la vecchia Yoga le da quella gomitata a cui io, per motivi legali, ho rinunciato.
Il ciccione è tornato al suo posto, visto che ho sentito il sedile scricchiolare frasi di dolore. Passa velocemente nella mia mente l’ipotesi di rimanere disgraziatamente schiacciato sotto il peso dell’uomo “diversamente forme”.
Sto viaggiando a diecimila metri sopra il suolo, ad una velocità approssimativa di novecventoquaranta chilomentri orari, su un congegno il cui funzionamento mi lascia ongi volta allibito. Quasi quasi ho paura. Poi ripenso alle parole del monaco Ling Hen: nella vita non bisogna preoccuparsi troppo, soprattutto di morire. Perchè muoriamo esattamente quando dobbiamo morire. Se non è il nostro momento non dobbiamo temere nulla. Se invece è il nostro momento, beh, non possiamo farci nulla. Ergo, se devo morire, perche’ l’aeroplano casca o schiacciato dall’obeso: c’est la vie!
Intanto un  tizio  si è addormentato, o forse era il suo momento ed è morto. Un uomo russa, davanti. Una ragazza carina e poco vestita lascia che le si guardino le gambe. Le hostess corrono sù e giù per il corridoio, probabilmente solo per farmi venire la paranoia che qualcosa non va.
Il diversamente forme si sveglia, o resuscita (a seconda dei casi).
E tutti stiamo viaggiando a folle velocità, ma seduti. Ognuno col suo bagaglio di vestiti, souvenirs, ricordi, sapori, intenzioni. Ognuno con la propria malinconia. Ognuno epicentro del mondo. Ognuno più importante degli altri. 
Provo ad uscire da me stesso per immaginarmi di essere “altro da me”.

Se fossi la ragazza presunta svizzera qui di lato smetterei di rompere il cazzo ed ordinerei una bottiglia di vino che poi almeno dormo. Se fossi l’uomo che russa starei sognando di toccaere le cosce alla ragazza davanti e se fossi il ragazzo di lei probabilmente lo starei gia facendo. Se fossi il ciccione non so, forse sarei morto. Se fossi l’aeroplano me starei buono buono finche’ non atterro.
Se fossi Dio guarderei giù, la Terra, e probabilmente non la riconoscerei. Perchè non è come l’ho fatta io, come l’avevo impostata. Mi cascherebbe l’occhio su quelle grigie, troppo grandi città che appestano la mia creazione; abitate da esseri (gli stessi esseri che io avevo progettato per divenire principi e padroni dell’esistenza) tristi e troppo abituati al giogo per rendersi conto che lavorare cinquanta anni, dare il meglio della vita per non si sa nemmeno che, poi andare in pensione e morire quando si è inservibili alla causa, non è proprio la vita come l’avevo pensata io per loro. Ad averlo saputo prima, avrei dato loro un tipo diverso di cervello, più semplice e perfettamente efficiente. Che poi li vedo bramosi di qualcosa che possono solo intuire sotto pelle, cioè io , ma che non possono perseguire, perchè sono troppo impegnati a convincersi che il giogo al loro collo è in realtà una cosa necessaria. Se fossi Dio mi verrebbe voglia di mandare tutto affanculo e tornare ai fatti miei.
Magari proverei una nuova creazione, una start-up, su qualche altra galassia. Cercando di imparare dai miei errori. Innanzi tutto farei le donne meno permalose e senza il ciclo, visto che qualcosa mi dice che le due cose sono collegate. Poi le farei con un apposita fessura solo per la procreazione: se hai voglia di fare un bambino lo metti lì, nella fessura  progettata per quello. Mescolare il piacere e il dovere è un trucchetto che ne ha fregati troppi.
E nemmeno tanto saggio è stato dare agli uomini quella scintilla divina, mettergli dentro una briciola di infinito, se poi le rare volte che cercano di afferrarla finiscono per naufragare. Ma comunque, se fossi Dio, alcune cose le rifarei esattamente uguali: i tramonti tedeschi, con l’arancione e il viola che fanno l’amore; e pure  gli Appennini li rifarei uguali. Ed anche i Pink Floyd e gli spaghetti alla carbonara.



La testa mi frizza e l’aereo sta atterrando. Ho procedure da seguire, mentre mi accingo a disturbare una nuova città.

Arturo Fantini


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