sabato 31 maggio 2014

Alla ricerca di Kali 1

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il momento di tornare


Il viaggio verso Kangra è interminabile. Sono di ritorno dal Ladakh e ho alle spalle tre mesi di vita himalayana. Ho raccolto materiale sufficiente per scrivere la mia tesi, inoltre l’autunno è alle porte e tra poco i passi montani del Ladakh saranno impraticabili causa neve. Un’intera regione sarà tagliata fuori dal resto del mondo per 9 mesi. Tra una settimana circa ho l’aereo che da Delhi mi riporterà a casa e non posso assolutamente permettermi di perderlo. Potevo trascorrere l’ultima settimana a Manali, rilassandomi godendo delle primizie locali invece ho deciso di sfruttare i miei ultimi giorni indiani andando davvero a cercare il buio.
  E’ notte fonda e sono in un autobus pieno di indiani ubriachi fradici. 






L’autista sta sfidando le leggi della fisica guidando tra giungle, colline, strapiombi in mezzo al traffico notturno dell’Himachal Pradesh. Sono riuscito a prendere l’autobus all’ultimo momento. Nel sedile dietro il mio c’è un uomo, vestito di bianco. Il suo sguardo è impassibile, non si distrae dal guardare dritto davanti a sé e non mi rivolge la minima attenzione. E gliene sono grato, perché è l’unico che non ha tentato di estorcermi del denaro in qualche modo. Gli altri passeggeri sono un’allegra banda di indiani ubriachi che a turno mi si avvicinano e tentano di capire se sono un ricco europeo, o un israeliano zaino in spalla. Sono un italiano zaino in spalla e non sanno come catalogarmi: sono un pollo da spennare o no? La strada è piena di buche e sono in viaggio nel cuore della notte già da diverse ore. Da Manali mi sono fermato a Dharamsala, residenza in esilio del Dalai Lama e sede di diversi ricordi passati. Ho trascorso lì un pomeriggio e poi sono ripartito per Kangra. Pochissimi turisti bianchi vanno a Kangra. Avrei potuto aspettare il giorno seguente ma i pochi giorni che mi restano non mi consentono perdite di tempo. Inoltre Kangra non è la mia destinazione finale, da lì dovrò cercare un taxi notturno o qualche altro mezzo di trasporto, per raggiungere Jawalamukhi, un piccolo villaggio perso nella giungla alle pendici dell’Himalaya. Sarà l’ultimo luogo che visiterò dell’India, e finora, probabilmente il più “indiano” e remoto. Jawalamukhi infatti è completamente al di fuori delle rotte turistiche occidentali. Quelli con la pelle bianca non ci vanno.
  Ma che diavolo ci vado a fare? Me lo chiedo anche io mentre l’autobus sta sfrecciando tra la pioggia monsonica, il fango, la giungla, lo strapiombo e gli indiani ubriachi che urlano a squarciagola. Però era d’obbligo. La prima tesi che ho scritto sull’India era su un argomento che mi ha sempre affascinato: il Tantrismo.






  Sarebbe troppo lungo spiegare per esteso questa via filosofica ed esoterica che serpeggia nel pensiero indiano. Basti sapere per ora che le due figure mitologiche tantriche più importanti sono Shiva, il dio della distruzione, e Shakti, la dea che rappresenta l’energia. La coppia divina è inseparabile, e nei rituali tantrici Shiva viene visto come la coscienza percettiva, mentre Shakti come tutto ciò che può essere percepito. Agli indiani piacciono le favole e sono sorte innumerevoli storie sulla coppia, la più famosa delle quali è quella di Sati. Il tempio di Jawalamukhi, attorno al quale è poi sorto un villaggio ha proprio a che fare con questa leggenda.
  L’autobus esce dalle e finalmente il forte di Kangra compare davanti ai miei occhi ma è notte e posso vedere ben poco. Ci fermiamo in quello che dev’essere la stazione degli autobus, ed anche l’inizio del bazar. E’ notte fonda.
  Scendo insieme agli indiani ubriachi che si disperdono nel buio salutandomi. L’uomo vestito in bianco finalmente decide di guardarmi. “Fire Temple?” Esclama con lo sguardo sempre immobile.
  “Yes.” Rispondo. Mi fa cenno di seguirlo e scompare nel buio dei boschi. –Bhè ora non esageriamo – non lo seguo e mi guardo intorno.
 Umidità, polvere e caldo. Di solito in India non si fa in tempo a scendere da un autobus che subito si viene aggrediti da una folla di facchini e tassinari che cercano di lavorare per il turista, ma qui niente. Nessuno mi caga.
“Meglio. Devo trovare un passaggio, voglio dormire a Jawalamukhi.” Attorno a me sono parcheggiati alcuni taxi. La strada centrale è polverosa; cani randagi e mucche si aggirano tra gli immancabili mucchi di immondizia che sorgono con noncuranza un po’ ovunque. Alcuni tassisti fumano bidhi appoggiati ai loro mezzi. Kangra oggi è un piccolo paesino di circa 10000 abitanti, quasi ignorato dal turismo di massa, se non fosse per il forte, un insieme di mura ed edifici molto antichi e in parte divorati dalla giungla. Non ne so molto. So che una volta doveva essere stata la capitale di qualche importante regno himalayano.

 Queste valli di montagna appaiono come luoghi segreti, difficili da raggiungere, ma finiscono sempre per diventare cerniere tra mondi diversi, dove ciò che è antico sopravvive e ciò che è nuovo si limita a sovrapporsi. Nulla sparisce, basta alzare il velo delle ultime novità e si ritrova ciò che era stato prima. In India la storia scritta non esiste. Il passato in compenso è vivo nel presente e il luogo che sto per visitare, Jawalamuki, era un luogo sacro fin dalla preistoria. Nella mia immaginazione poco è cambiato. Sono vicino ormai, voglio arrivare e vedere.
  Kangra è anche famosa per la sua pittura erotica, e questo non è un caso. La simbologia tantrica risuona di erotismo. Le montagne e le giungle circostanti sono costellati di piccoli e nascosti templi della dea, la cui presenza sembra serpeggiare tra l’umidità dell’aria e nell’oscurità della foresta.


 L’intera regione è inoltre sacra a Shiva, un dio decisamente antisociale, che, come Dioniso, si trova a suo agio nel bosco, nella montagna, lontano dalle città, in luoghi difficilmente raggiungibili, dove i Sadhu indiani ancora oggi si ritirano nudi e lontani dal mondo, in solitudine, e secondo gli stessi indiani è ancora possibile incontrare streghe e stregoni in grado di rubarti l’anima nei sogni. Nelle leggende popolari Shiva appare come un dio distruttivo, selvaggio, danzando crea e distrugge i mondi insensibile alle suppliche e ai dolori degli esseri viventi, ma contemporaneamente è signore dello yoga e del controllo di sé. Un’antinomia che lo ha sempre reso affascinante ai miei occhi.
  “Bhai Sahib!” – Nobile Fratello - Mi rivolgo ad un tassita
“Fire Temple?”
“Yes. Kitne ka hè?” Chiedo quanto costa. So che devo farlo. Mi sta nelle palle contrattare ma in India è obbligatorio.
“200 Rupie” “No grazie troppo caro.” “Allora vai a piedi. Ciao adesso!” Alla faccia della contrattazione!

Per fortuna ci sono altri tassisti e alla fine riesco a scendere un po’. Mi sento un po’ vile ma in India funziona così. Condivido il taxi con altri indiani che inspiegabilmente devono andare al tempio di fuoco a quell’ora della notte. Salgo in taxi e parto per Jawalamukhi.




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