Rieccoci all'apertura del blog. Questo anno ho intenzione di scrivere molto e di tenervi sempre aggiornati.
Generalmente scrivo su fammeparlare i miei viaggi con la speranza di condividere informazioni sui posti che visito e di acquisirne a mia volta. Questa settimana cominciamo con la Georgia, paese caucasico diventato indipendente dopo il crollo dell'URSS ma prima di raccontare il viaggio e il paese è opportuno chiarire: che cacchio ci sono andato a fare in Georgia? A sciare? Ad ubriacarmi con i georgiani? Una fuga dall'opprimente Gennaio post feste di Natale/Capodanno? Ovviamente si ma non solo. Questa volta ho viaggiato per un progetto nel quale sono entrato quasi per caso.
A Dicembre mi ritrovo ad una cena con i miei studenti. Natali, una mia studentessa mi dice:
"La mia associazione ha bisogno di un ragazzo italiano per un progetto in Georgia a Gennaio. E' tutto spesato e ti rimborsiamo il 70% del biglietto aereo. Vieni?"
"Si, certo!"
Essendo un organizzatissimo genio della prudenza non ho neanche chiesto informazioni tipo: su cosa è il progetto? Ma del resto sentivo già arrivare le festività natalizie, noto periodo di errori di valutazione, sbagli vari, esagerazioni e incoscienze di ogni tipo. Che a volte però danno i loro frutti.
Dopo un breve scambio di mail riesco a capire che il progetto è uno di quei progetti europei di scambi giovanili, in questo caso il tema è il consumo collaborativo. Ed ecco che il 7 Gennaio, esattamente il giorno dopo l'ultimo Pulpito al teatro di Anghiari, mi ritrovo in un aereo diretto a Monaco di Baviera da dove volerò verso Tbilisi, la capitale georgiana. Racconterò per i curiosi di geografia o gli interessati verso i paesi caucasici il viaggio in Georgia in un post successivo. Oggi ho voglia di parlare del progetto e del suo tema. Inizierò dal concetto fondamentale che ha guidato tutto il corso:
COLLABORATIVE CONSUMPTION
Ecco. Questo è il termine chiave. L'idea nasce in America verso la fine degli anni '70, ma è solo con internet che si sviluppa davvero, soprattutto dopo il 2008, cioè dopo l'inizio della crisi. Cosa significa? Sostanzialmente è la versione 2.0 del baratto, solo che quello che si ha non viene necessariamente venduto ma condiviso in modo tale da razionalizzare le spese e le risorse per ottenere il miglior risultato con il minor spreco di mezzi ed energie possibili. Per esempio, molti di voi conosceranno BlaBla car: io devo andare a Bologna ed ho una macchina, ma sono da solo. Ci sono altre 4 persone che devono andare nello stesso posto lo stesso giorno. Il risultato è 5 macchine in autostrada. Ma se ci contattiamo e prendiamo una macchina sola i vantaggi saranno molteplici: meno macchine in strada, quindi meno traffico; meno traffico significa meno pericolo e meno stress alla guida, oltre che un impatto ambientale 5 volte minore, inoltre possiamo condividere il prezzo del viaggio. Chi guida e mette la macchina non paga, come è giusto, e anche per i passeggeri c'è un risparmio perché non devono guidare e spendono molto meno che viaggiare da soli.
Bene, questa è l'idea base, applicarla ai passaggi in macchina è semplice ma durante il corso sono venuto a conoscenza di moltissimi altri ambiti dove questo concetto viene applicato: alloggio, cibo, cucina, vendita ed utilizzo di libri, parcheggio, piattaforme dove organizzare progetti internazionali e addirittura raccolta fondi per pubblicazioni di libri, dischi, feste, eventi. Ecco un paio di cose di cui si è discusso, se vi interessa potete approfondire su internet:
Coworking: immagina di essere un grafico pubblicitario, uno scrittore, un fotografo o un freelance che per il tuo lavoro hai bisogno semplicemente di una postazione internet. Hai bisogno di chiedere un prestito alla banca per aprire il tuo ufficio? No. Basta uno spazio, magari un ufficio già in uso, dotato di wireless, una sedia e magari un piccolo tavolino ed ecco che il nomade freelance ha il suo spazio dove poter lavorare in santa pace. E non è un internet café ma un vero e proprio ufficio dove si respira un'atmosfera lavorativa. Non è solo un mettere a disposizione lo spazio ma anche un'occasione per incontrare altri lavoratori nomadi come te, scambiarsi informazioni, idee creare una rete. La capitale del coworking è ovviamente San Francisco, in Europa è un'idea sviluppatasi soprattutto a Berlino e Londra.
Crowdfunding: Un modo per trovare fondi senza richiedere i soliti finanziamenti pubblici come noi italiani un po' mammoni siamo abituati a fare e senza impazzire con i prestiti delle banche. Si può utilizzare sia in grande scala che in piccola scala. A me interessa di più la piccola scala. Immaginate che vi piaccia un gruppo locale o di musica indipendente o autoprodotto, oppure che seguiate un'associazione che produce libri, musica, eventi. La quantità delle cose prodotte è ovviamente limitata dai fondi che l'artista/associazione riesce a trovare e poi il prodotto viene venduto. Il crowdfunding invece è un sistema, possibile di nuovo grazie ad internet, dove l'artista/associazione annuncia il suo progetto online e chiede un contributo al pubblico in rete per la sua realizzazione. In cambio chi ha contribuito in anticipo riceve a progetto ultimato più di quanto riceverebbe comprando il prodotto finito. Per esempio vi piace un gruppo musicale che si autoproduce? Bene, sei mesi prima dell'uscita del disco potete contribuire con 10 euro ognuno. Se si arriva alla cifra stabilita i contribuenti riceveranno il disco e il biglietto gratis al primo concerto. Questo è un esempio che si può applicare a dischi, libri, eventi e qualsiasi cosa che vi venga in mente. Ovviamente meglio sarebbe avere un seguito di fan.
Dilungarsi in una lista di cose che sono realizzabili con il concetto della collaborative consumption, non è intenzione di questo post.
Termino dicendo che trovo interessanti questo tipo di iniziative non tanto perché consentono di usufruire ad alcuni dello spazio o delle possibilità offerti da altri. Il concetto è completamente diverso: per condividere c'è bisogno di fiducia, rispetto e soprattutto di dare qualcosa in cambio. Fino a tempi molto recenti l'imperativo economico era la crescita e per crescere economicamente era necessaria una grande richiesta. Il modello dell'essere umano realizzato vendutoci dagli spot pubblicitari per invogliarci a cadere nella spirale dell'usa e getta era quella di un uomo molto individualista che grazie al suo potere d'acquisto non aveva realmente bisogno del prossimo per sopravvivere. Tutti dovevano avere una, o due macchine. Tutti dovevano comprare il proprio libro e tutti dovevano realizzare individualmente i proprio progetti chiedendo magari prestiti, anziché un contributo dagli interessati del prodotto finito. Tutti dovevano avere il proprio dispendioso e largo ufficio, tutti dovevano dormire nella loro privata camera dell'hotel durante le vacanze. Questo uomo ideale era il target di cui il sistema economico capitalista consumista che vince alla fine del '900 aveva bisogno per esistere. Eppure questo uomo che non ha bisogno di nessuno, che spreca risorse, spazio ed intelligenza per autoaffermarsi in un mondo che voleva somigliare sempre di più ad uno spot pubblicitario non è riuscito a sopravvivere nemmeno venti anni. Quello che mi è più piaciuto di questa serie di piccole iniziative non è tanto il risultato effettivo, ma la costatazione che sta nascendo una nuova mentalità economica che punta al comunitario e che per sussistere ha bisogno sia della riscoperta di vecchi valori, come la fiducia, il rispetto e la condivisione, sia di nuove tecnologie prima fra tutte la rete. Non è un salto indietro ma un salto in avanti che non parte da basi utopiche ma da piccole azioni pratiche efficaci ed utili, che non si nascondono dietro settarie appartenenze di bandiera, ma sono fruibili da tutti quelli che vogliono stare al gioco.
Ciao adesso
(le foto sono una cortesia di Carles Cunill, organizzatore del corso e membro dell'associazione Vibria che opera a Barcellona)
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