L'interno dello Chalet è un piccolo labirinto su tre piani di stanzette poco illuminate collegate da brevi corridoi. Al centro di ogni piano c'è una sala più grande con bar. Nulla di simile ai club italiani e, come detto anche altrove, l'arredamento ricalca in qualche modo l'urbanistica cittadina: gli oggetti vengono riutilizzati fintanto che stanno ancora in piedi. Vecchie poltrone, tavolini di differenti forme, e anche se il locale è relativamente nuovo sembra già vissuto. Si ha l'impressione che tutti abbiano portato qualcosa da casa per arredare l'ambiente, qualcosa che in Italia sarebbe finito in discarica. Eppure non c'è nulla che sia fuori posto e ogni elemento si abbina all'altro. L'atmosfera è rilassata, come se si fosse ad una festa segreta tra amici. Molti elementi farebbero pensare ad un centro sociale ma non è è neanche quello.
La verità è che mi ritrovo in un piccolo tempio della cultura "after". In Italia le discoteche a un certo punto chiudono, chi vuole continuare imperterrito e fare il più tardi possibile deve spesso rifugiarsi in luoghi nascosti o intrufolarsi in qualche rave party. Dopo le sei di mattina si crea spesso amicizia e complicità tra i reduci di una nottata che non vuole finire e spesso, ci si ritrova a fare amicizia con persone con le quali non avremmo mai parlato. L'unico comun denominatore rimane la musica e la voglia di festeggiare al di là di ogni ideologia e di ogni abbigliamento.
A Berlino la cultura dell'after è ben presente e radicata, tant'è che quasi tutti i club rimangono aperti per ore e ore. Mentre in Italia ci sono persone contrarie a priori, qua la cultura after, se cultura si può chiamare, può tutt'al più essere considerata stucchevole (alla lunga è fatica), ma non esistono posizioni influenti davvero contrarie.
Andreas, un gentilissimo e pacioccoso scoppiato, mi racconta che lo Chalet è uno dei due "figli" del Bar 25. Dopo la chiusura forzata (e in parte attesa) la crew di questo interessante momento culturale anziché arrendersi si è impossessata di due nuove locazioni: lo Chalet e il Kater Holzig. Il Kater Holzig sorge sulla sponda opposta al vecchio Bar 25 e mi rendo conto solo adesso che lo vedo tutti i giorni dalla S Bahn. Eccone una foto dall'esterno:
ed ecco una carrellata di immagini dello Chalet:
La cultura berlinese non è solo questo ma è anche questo. Direi anzi che proprio in questi luoghi, nelle loro architetture ma soprattutto in ciò che avviene tra di essi, si nasconda il segreto più intimo della cultura contemporanea artistica europea, che vede in Berlino la sua principale capitale. E non c'è niente di nuovo in realtà. Vi ricordate gli "happening" degli anni sessanta? Nel '59 Allan Kaprow seguendo l'onda dell'arte concettuale sviluppa il concetto di "Happening", ossia un'opera d'arte dove l'oggetto artistico non esiste più e lo spettatore diventa coproduttore della vera opera d'arte partecipando ad un avvenimento che è un'esperienza collettiva. Dopo questo l'arte non si può più imprigionare in un museo perché diventa un'esperienza che può essere capita solo in quel momento e in quel luogo, senza più essere legata al feticcio dell'oggetto. Vilma Torselli da questa definizione di Happening:
E' evidente la forte componente concettuale di un progetto creato dalla mente dell'artista, poi allargato al pubblico fino ad un coinvolgimento totale, attivo e diretto, nel quale la dicotomia artista-fruitore si annulla e lo spettatore diventa egli stesso parte dell'opera, che non avrebbe senso in mancanza della sua presenza: l'interprete, sia esso attore o spettatore, ha lo stesso peso degli oggetti di scena, mentre l'artista, anch'esso parte integrante della scena, dirige lo svolgimento della rappresentazione, in una forma d'arte puramente comportamentale, che elimina ogni componente oggettuale.
L'atmosfera che si percepisce in molti club berlinesi (non in tutti) che ho visitato non è semplicemente quella delle grandi discoteche piene di luci ed effetti speciali dove si va a drogarsi, rimorchiare od ubriacarsi, bensì quella di un evento speciale, dove un gruppo di artisti compone un'opera di cui il singolo partecipante, essendo presente, diventa allo stesso tempo autore e oggetto.
Non sorprende che persino l'autorità politica tedesca abbia ringraziato i protagonisti del Bar 25 permettendo loro di aprire altri locali, e forse tra qualche anno, si parla di un ritorno alla vecchia locazione. Concludo con le parole di Christoph Klenzendorf, uno degli organizzatori:
“This is why I find Berlin unique because you’re still able to do these things. The City Senate and all the people who run the city need the club scene because it makes Berlin so popular and this is why they talk to you. Even though you’re not the perfect business guy you see in business magazines.”
“For me it was a strange experience to start talking to these people and to hear them tell me ‘it’s so perfect what you’re doing for the city’. What are we doing? Partying,” he laughs.

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