E' arrivato il momento di tornare.
I campi di orzo sono stati mietuti. La stagione turistica volge al termine. Il vento gelido dell'inverno comincia a soffiare nelle notti himalayane.
Sono rimasto solo a Leh. Le strade cominciano a farsi deserte. E i miei amici lentamente se ne vanno, alcuni di loro continuano il viaggio in India, altri vanno verso altri paesi, altri tornano a casa. Mi sono affezionato un po' sia alle persone che ho conosciuto sia al luogo dove ho passato l'estate. Purtroppo quando si viaggia si conoscono persone e si vedono luoghi che poi, in molti casi non si vedranno mai piu'. Sono travolto dal desiderio di unirmi a loro, lasciar perdere la tesi e vagabondare per un po', senza dover pensare alla ricerca e agli obblighi. Chiaramente e' utopia, devo tornare, e al piu' presto perche' nei passi montani che mi separano da Manali cade gia' la neve.
Saluto per l'ultima volta tutti e mi incammino nella notte di Leh verso il minibus che mi portera' a Manali. Durata del viaggio: 18 ore, almeno questo e' il preventivo. Nella notte Leh rivela una bellezza strana. A mezzanotte nessuno percorre le sue strade se non cani randagi, asini e mucche che dominano la notte di questa citta' himalayana. Il cialo e' terso, privo di nuvole ed il freddo non mi infastidisce. Le innumerevoli ruote di preghiera tibetane mi osservano mentre saluto la citta', sormonatata dal palazzo reale, una versione in miniatura del Potala tibetano.
Durante tutta la giornata attraversiamo in autobus il Ladakh meridionale un paesaggio decisamente simile a Marte. Montagne di roccia rosse e pietre mentre mi lascio alle spalle le oasi colorate d'orzo dei campi coltivati e mi viene in mente Jhon Barleycorn suonata dai Traffic. Chiaramente il viaggio si prospetta meno semplice del previsto. Ci sono numerosi alti passi per raggiungere Manali, alcuni di questi superano i 5000 metri. Le strade non sono asfaltate se non per brevi tratti e non appena il minibus si avvicina ai passi piu' alti la strada fangosa si restringe fino a diventare impraticabile. Colonne di camion militari e civili ingorgani i fianchi della montagna e comincia a cadere la neve. Oltrepassiamo diversi accampamenti di tende, accampamenti abitati dai nomadi Chang, i pastori della Pashmina, la capra da cui si ricava la famosa lana kashmira. Il freddo e' insopportabile e mi vengono in mente i racconti dei fuggiaschi tibetani che dalla loro terra natia cercarono rifugio qui in India e nel loro esilio molti persero le dita dei piedi a causa del freddo. Ma non c'e' un esule che rimpianga quella fuga.
Il paesaggio avvicinandoci all'Himachal Pradesh comincia a diventare sempre piu' verde, e la desolazione marziana lascia il posto ad un paesaggio piuttosto alpino. e finalmente superato il passo di Baralacha, incontro il monsone. Sono in India.
L'eroico autista del bus continua imperterrito la sua strada finche non viene fermato dalle forze dell'ordine che ci informano che l'ultimo passo, il Rothang (mucchio di cadaveri) e' davvero impraticabile e pericoloso. Siamo costretti a fermarci in un paesino per strada. Fortunatamente faccio amicizia con alcuni ragazzi indiani e di altre nazionalita' e sono quasi contento che il passo sia chiuso.
Ho ancora alcuni giorni prima dell'aereo e non volgio andare subito a Delhi. Esiste un posto nell'himachal Pradesh, non troppo lontano dalla citta' di Kangra, che attira la mia curiosita'. Si tratta del tempio della Dea del Fuoco Jawalamukhi. Il tempio fa parte di una delle piu' famose ed affascinanti leggende indiane, quella di Sati, la sposa di Shiva. Della leggenda parlero' poi. Ma ho deciso che mi concedero' una piccola deviazione verso Kangra. Le leggende vogliono che al visitatore la dea concedera' la realizzazione di un desiderio.
E mentre piove salgo in un altro autobus. Tempo del viaggio preventivato: 12 ore.
http://picasaweb.google.com/cioniantonio/AddioLadakh#
I campi di orzo sono stati mietuti. La stagione turistica volge al termine. Il vento gelido dell'inverno comincia a soffiare nelle notti himalayane.
Sono rimasto solo a Leh. Le strade cominciano a farsi deserte. E i miei amici lentamente se ne vanno, alcuni di loro continuano il viaggio in India, altri vanno verso altri paesi, altri tornano a casa. Mi sono affezionato un po' sia alle persone che ho conosciuto sia al luogo dove ho passato l'estate. Purtroppo quando si viaggia si conoscono persone e si vedono luoghi che poi, in molti casi non si vedranno mai piu'. Sono travolto dal desiderio di unirmi a loro, lasciar perdere la tesi e vagabondare per un po', senza dover pensare alla ricerca e agli obblighi. Chiaramente e' utopia, devo tornare, e al piu' presto perche' nei passi montani che mi separano da Manali cade gia' la neve.
Saluto per l'ultima volta tutti e mi incammino nella notte di Leh verso il minibus che mi portera' a Manali. Durata del viaggio: 18 ore, almeno questo e' il preventivo. Nella notte Leh rivela una bellezza strana. A mezzanotte nessuno percorre le sue strade se non cani randagi, asini e mucche che dominano la notte di questa citta' himalayana. Il cialo e' terso, privo di nuvole ed il freddo non mi infastidisce. Le innumerevoli ruote di preghiera tibetane mi osservano mentre saluto la citta', sormonatata dal palazzo reale, una versione in miniatura del Potala tibetano.
Durante tutta la giornata attraversiamo in autobus il Ladakh meridionale un paesaggio decisamente simile a Marte. Montagne di roccia rosse e pietre mentre mi lascio alle spalle le oasi colorate d'orzo dei campi coltivati e mi viene in mente Jhon Barleycorn suonata dai Traffic. Chiaramente il viaggio si prospetta meno semplice del previsto. Ci sono numerosi alti passi per raggiungere Manali, alcuni di questi superano i 5000 metri. Le strade non sono asfaltate se non per brevi tratti e non appena il minibus si avvicina ai passi piu' alti la strada fangosa si restringe fino a diventare impraticabile. Colonne di camion militari e civili ingorgani i fianchi della montagna e comincia a cadere la neve. Oltrepassiamo diversi accampamenti di tende, accampamenti abitati dai nomadi Chang, i pastori della Pashmina, la capra da cui si ricava la famosa lana kashmira. Il freddo e' insopportabile e mi vengono in mente i racconti dei fuggiaschi tibetani che dalla loro terra natia cercarono rifugio qui in India e nel loro esilio molti persero le dita dei piedi a causa del freddo. Ma non c'e' un esule che rimpianga quella fuga.
Il paesaggio avvicinandoci all'Himachal Pradesh comincia a diventare sempre piu' verde, e la desolazione marziana lascia il posto ad un paesaggio piuttosto alpino. e finalmente superato il passo di Baralacha, incontro il monsone. Sono in India.
L'eroico autista del bus continua imperterrito la sua strada finche non viene fermato dalle forze dell'ordine che ci informano che l'ultimo passo, il Rothang (mucchio di cadaveri) e' davvero impraticabile e pericoloso. Siamo costretti a fermarci in un paesino per strada. Fortunatamente faccio amicizia con alcuni ragazzi indiani e di altre nazionalita' e sono quasi contento che il passo sia chiuso.
Ho ancora alcuni giorni prima dell'aereo e non volgio andare subito a Delhi. Esiste un posto nell'himachal Pradesh, non troppo lontano dalla citta' di Kangra, che attira la mia curiosita'. Si tratta del tempio della Dea del Fuoco Jawalamukhi. Il tempio fa parte di una delle piu' famose ed affascinanti leggende indiane, quella di Sati, la sposa di Shiva. Della leggenda parlero' poi. Ma ho deciso che mi concedero' una piccola deviazione verso Kangra. Le leggende vogliono che al visitatore la dea concedera' la realizzazione di un desiderio.
E mentre piove salgo in un altro autobus. Tempo del viaggio preventivato: 12 ore.
http://picasaweb.google.com/cioniantonio/AddioLadakh#
2 commenti:
Voglio sapere la leggenda di Sati!
La scrivo nel prossimo post che scrivero' appena torno o forse domani
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